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Il successo del Front National e la fine della democrazia elitaria

Come districarsi nella palude verbale creata dalla parola populismo? La sua onnipresenza sui mass media ha creato un cortocircuito: quanto più i politici “tradizionali” la utilizzano per screditare un movimento nascente, tanto più si può scommettere che quel movimento avrà un exploit di consensi. Perché questo fenomeno accada è molto semplice: le prediche non servono a spiegare fenomeni politici complessi, come l’avanzata del Front National di Marine Le Pen in Francia.

Quando un partito borderline supera una certa soglia – poniamo il 15% – vi sono quasi sempre una serie di variabili che possono spiegare l’accaduto: a livello generale, ci sarà sempre una causa immediata e una causa più nascosta, più un certo numero di sotto-cause aggiuntive. Il successo di Marine Le Pen ha una causa primaria evidente: il rancore di una crescente parte di francesi verso le politiche di austerità di un’Eurozona vista come prona ad interessi particolari (in specie, tedeschi).

Questa maxi-causa, peraltro, è decisiva nel successo di altri movimenti nei Paesi “periferici”: come se la Francia si stesse allineando in una santa alleanza anti-Berlino, di cui si intravedono gli albori, assieme a Spagna, Italia, Grecia e Portogallo. Una dinamica che porta i Paesi di area “nordica” a scegliere movimenti identitari che attaccano l’euro come una moneta irrimediabilmente “sporcata” dall’indisciplina dei Piigs.

Insomma: la guerra dell’Euro è – e forse sarà ancora di più – l’anticipo di uno scontro sempre più duro tra le opinioni pubbliche dei Paesi europei. Una testimonianza del fatto che si è proceduto – forse in maniera sconsiderata – a costruire l’unione monetaria senza curarsi dell’opinione di popoli, incattiviti da una recessione che sta mutando in pericolosa deflazione e, in generale, stanchi di una certa retorica che la Le Pen, nei suoi discorsi, definisce “mondialista”.

Infatti, c’è una causa meno lampante nel successo della bionda figlia del vulcanico Jean-Marie: l’urgenza di mettere un freno alla globalizzazione. Anche questo, fenomeno continentale: si sta sedimentando la percezione che la globalizzazione sia stato un gioco a somma negativa per l’Occidente. Ciò era prevedibile: dalla caduta del Muro in poi vi è stata una formidabile accelerazione nei processi di deregolamentazione dei processi economici e culturali; questa spinta è stata tollerata finché “le cose andavano bene”, vale a dire finché non sono scappate tante industrie e tante fabbriche. Non è un caso che il Front National sfondi nelle zone operaie, una volta feudo rosso e ora roccaforti nazionaliste: le vittime della globalizzazione si trovano lì. Agli occhi degli operai transalpini, Marine è la vendicatrice delle classi oppresse: un’incredibile beffa per le sinistre europee.

Dicevamo poi delle sotto-cause; certamente il timore dell’immigrazione – una porzione del più ampio della globalizzazione – è stato un tassello fondamentale per conquistare molti voti; più in particolare, la Le Pen è stata abile a sdoganare l’islamofobia come un legittimo sentimento repubblicano, di difesa della rigida laicità francese. Non più la paura del musulmano in quanto potenziale attentatore suicida (l’11 settembre è lontano), ma come minaccia all’espandersi dei diritti civili e all’emancipazione femminile: argomenti che sfondano anche a sinistra.

Il patchwork di cause individuate è certamente incompleto, ma forse sufficiente a considerare questi fenomeni non come incidenti di percorso dovuti al trionfo della demagogia, ma vere e proprie esplosioni di “istinti” repressi per decenni. Nelle ultime rilevazioni dei sondaggisti, è emerso che più del 30% dei francesi sarebbe disposto a dire addio alla democrazia rappresentativa, pur di affidarsi ad un uomo d’ordine che ristabilisca autorità in un mondo dominato dal caos. Le classi dirigenti europee – e in particolare la sinistra – sembrano non capire la posta in palio: se non sarà messo in campo un progetto credibile, ad essere travolta non sarà solo l’Unione Europea o la moneta unica, ma anche la democrazia stessa. Per troppi anni si è pensato che i popoli dovessero in sostanza vidimare scelte fatte per il loro bene da élites ben più informate: la campana di Le Pen suona a morto per i sostenitori della “democrazia elitaria”. Tutti noi speriamo che ciò non porti al sacrificio della democrazia tout court, ma la persistenza della democrazia rappresentativa in queste condizioni non è affatto scontata.

Nell’immagine, una manifestazione organizzata dal Front National (© Gauthier Bouchet, Wikimedia Commons)

L' Autore - Giacomo Giglio

Laureato magistrale in Economia Internazionale, fin da giovanissima età ho avuto grande passione per la politica e l'economia. Critico con la visione classica dell'economia, mi occupo spesso di temi inerenti la crisi finanziaria e i travagli della zona Euro dopo lo scoppio della crisi 2008-09

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