mercoledì , 15 agosto 2018
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Il Trattato di Lisbona e la nuova centralità del Parlamento Europeo

Articolo tratto dal mensile n. 3 (Giugno 2013) di Europae: “La camera bassa. Il Parlamento Europeo da Lisbona al 2014“, pp. 6-8. 

Tra i tratti distintivi comunemente associati al Parlamento Europeo (PE), un posto di riguardo spetta senza dubbio al deficit democratico che ha caratterizzato per decenni l’istituzione. L’ormai famigerato deficit affonda le sue radici nel passato, ma, in seguito all’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, poco si presta a descriverne l’essenza odierna. Per meglio comprendere la natura dell’istituzione deputata a presidiare l’integrazione comunitaria, serve dunque tornare indietro nel tempo fino al 1952, anno di entrata in vigore della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA). Nella CECA fu infatti istituita l’Assemblea comune, rinominata Assemblea Parlamentare Europea già durante la sua sessione costitutiva, avvenuta il 19 marzo 1958.

L’Assemblea era composta da deputati nominati all’interno dei rispettivi Parlamenti nazionali, quindi secondo uno schema di elezione di doppio grado in base al quale ogni parlamentare aveva un doppio mandato. Solo il 30 marzo 1962 l’Assemblea divenne “Parlamento Europeo”, pur mantenendo le medesime, ristrette, funzioni consultive. La pietra miliare nello sviluppo della funzione rappresentativa fu un Atto emanato nel 1976 che stabilì la prima elezione diretta a suffragio universale dei membri del PE, avvenuta nel giugno 1979. L’Atto del 1976, se da un lato celebrò per la prima volta il principio della rappresentatività diretta dei popoli europei presso il Parlamento, dall’altro non dispose una normativa unificata per le elezioni.

Questa lacuna sussiste ancora oggi ed è per questo che ogni Stato membro rispetta norme interne in merito a condizioni di eleggibilità, presentazione delle candidature, determinazione dei collegi elettorali e modi di scrutinio. Il Trattato di Lisbona è intervenuto in materia, stabilendo che il Consiglio dell’UE dovrà varare una procedura uniforme di elezione (o almeno definirne i principi comuni) che dovrà in seguito essere recepita a livello nazionale. Il Trattato cambia inoltre punto d’osservazione definendo i deputati non più rappresentanti dei ‘popoli degli Stati riuniti nella Comunità’ (art. 189 TCE), bensì dei ‘cittadini dell’Unione’ (art. 14 TUE), al fine di porre in risalto il carattere diretto (e non di doppio grado) della rappresentatività parlamentare. Inoltre, già dal 2002 è previsto il divieto di doppio mandato in capo ai parlamentari e che il metodo di elezione, comune a tutti gli Stati membri, sia obbligatoriamente proporzionale.

Stanti questi caratteri tecnici, il Trattato di Lisbona è intervenuto vigorosamente sulla consistenza dei poteri già attribuiti, per prassi o via normativa, al PE. L’intenzione alla base del Trattato era quella di portare a compimento il processo di risanamento del deficit democratico, catalizzando così il processo di integrazione dei popoli europei. Innanzitutto il Trattato riconduce al PE un importante potere di autoregolazione, in precedenza assegnato al Consiglio (ancora assegnatario insieme alla Commissione Europea del potere di autorizzazione preventiva), cioè quello di approvazione del proprio Statuto e delle condizioni generali per l’esercizio delle funzioni dei suoi membri. Un’innovazione che a prima vista può sembrare marginale, ma che a ben vedere riconosce un’autonomia istituzionale fondamentale.

Volgendo l’attenzione a temi più salienti, e nello specifico al potere di iniziativa legislativa, il Trattato di Lisbona chiarifica finalmente un punto controverso dei rapporti tra Parlamento e Commissione. La normativa previgente stabiliva che l’assemblea elettiva potesse individuare temi sui quali chiedere alla Commissione di presentare proposte normative, con la facoltà di fissare anche un termine per la presentazione medesima. Tuttavia non era chiaro se e quale azione fosse nella disponibilità dell’assemblea elettiva nel caso in cui la Commissione non avesse presentato alcuna proposta. Molti autori si erano schierati a favore della possibilità per il PE di proporre un ricorso per carenza alla Corte di Giustizia, volto quindi ad accertare la legittimità dell’inerzia della Commissione. Questa possibilità risulta perentoriamente esclusa dal Trattato di Lisbona, il quale consente alla Commissione di limitarsi a esporre le motivazioni della sua scelta. Lo scopo è evidentemente quello di preservare quanto più possibile il rapporto fiduciario che lega le due istituzioni, evitando un dannoso conflitto politico.

L' Autore - Tullia Penna

Dottoranda in Bioetica (Visiting à Sciences Po Paris; Giurisprudenza UniTo; presso la stessa: Laura Magistrale a ciclo unico in Giurisprudenza e Certificato di Alta Qualificazione della Scuola di Studi Superiori Ferdinando Rossi - SSST). Ex tutor e rappresentante degli studenti della SSST. Mi occupo di principalmente di questioni relative all’inizio e gravidanza surrogata. Appassionata di tematiche trasversali, mi interesso di diritti civili ed evoluzione delle istituzioni democratiche. Nel tempo libero sviluppo le mie abilità di fotografa e viaggiatrice.

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