domenica , 25 febbraio 2018
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Juncker e il suo team: una Commissione finalmente Europea

«È un piacere rivedervi dopo un periodo di vacanza così lungo». Non è mancata la frecciatina iniziale del Presidente-Eletto Juncker al Consiglio Europeo che, causa dissidi sulle nomine del proprio Presidente e dell’Alto Rappresentante, ha fatto slittare di alcune settimane la formazione del Collegio dei Commissari e le audizioni degli stessi al Parlamento Europeo.

Come già detto su questa Rivista, Juncker si trovava a dover bilanciare varie esigenze: l’equilibrio di genere tra Commissari; considerazioni geografiche e partitiche; la necessità di una riorganizzazione del Collegio, che non disperdesse competenze tangenti in 28 portafogli distinti. La squadra presentata sembra rispondere a queste esigenze. Nel difficile equilibrio raggiunto, due sono le cose da ricordare circa le dinamiche interne alla formazione dell’esecutivo europeo.

La prima: non è il Presidente-Eletto a nominare i Commissari, bensì gli Stati Membri. Il Presidente deve fare di necessità virtù, anche con nomine quantomeno ardite. Il nuovo Commissario all’Energia e al Clima, lo spagnolo Cañete, è noto per aver tenuto propositi sessisti e per avere interessi finanziari personali nell’industria petrolifera. La riconversione «verde» del modello economico europeo è ora quasi un miraggio. L’ungherese Navracsics, Commissario all’Istruzione, alla Cultura, ai Giovani e alla Cittadinanza, è un fedelissimo di Orbán, che ha dimostrato di essere scettico sui meriti di una democrazia pluralista. Il britannico Hill ha in dotazione il nuovo portafoglio per la Stabilità Finanziaria, i Servizi Finanziaria e l’Unione dei Mercati di Capitali. Col compito di implementare l’Unione Bancaria nonostante il Regno Unito non sia nell’Area Euro, verrà affiancato nel ruolo di supervisione dalla BCE, e questo dovrebbe impedirgli di essere troppo tenero nei confronti della City. Infine il tedesco Oettinger, all’Economia e la Società Digitale: le sue difficoltà con l’inglese sono superate solo dal Presidente Tusk, e non ha alcuna esperienza nel settore.

Questi quattro Commissari andranno sicuramente incontro a numerose difficoltà durante le audizioni parlamentari che si svolgeranno tra poche settimane, e dai banchi dell’opposizione (soprattutto tra Verdi e Socialisti) è stata annunciata battaglia. Ci si potrebbe chiedere come può Juncker, politico europeo navigato, aver commesso errori di valutazione così grossolani. Il sospetto – per alcuni una speranza – è che costretto alle nomine dagli Stati Membri, abbia deliberatamente assegnato portafogli improbabili a candidati impresentabili. Soprattutto per quanto riguarda Cañete e Navracsics, il potere di rigetto del PE potrebbe determinare le «dimissioni volontarie» di quest’ultimi, permettendo a Juncker sia di ottenere nomine meno controverse, che di riorganizzare in un secondo momento l’assegnazione dei portafogli.

Vi è poi un secondo punto importante: Juncker ha dimostrato – così come gli altri Spitzenkandidaten – una precisa volontà di politicizzare l’esecutivo. Rispecchiando la maggioranza parlamentare (e all’interno del Consiglio) che lo sostiene, in questo caso una Grosse Koalition a maggioranza PPE, la nuova Commissione è di tendenza conservatrice e «di destra». Eppure, proprio quei partiti di opposizione che maggiormente credevano nella selezione del Presidente a mezzo elettorale, e che dovrebbero gioire di un esecutivo scevro da parvenze di terzietà, lamentano che il principale agente legislativo europeo – la Commissione, appunto – non sia più un’istituzione «tecnica».

Questa politicizzazione porterà invece alla creazione di uno spazio pubblico europeo dove tutti i cittadini abbiano ben chiare le priorità della Commissione, anche attraverso l’istituzione dei Vice-Presidenti per aree tematiche. Si pensi poi al caso di Moscovici, Commissario agli Affari Economici e Finanziari, alla Tassazione e all’Unione Doganale: si troverà a dover iniziare procedure d’infrazione proprio nei confronti della Francia, sotto l’occhio dei «falchi» Katainen, finlandese, e Dombrovskis, lettone. Di converso, entrambi dovranno acconsentire a maggiore flessibilità all’interno delle regole fiscali europee, per non incorrere nell’accusa di essere al soldo degli interessi degli Stati di appartenenza. Ai membri dell’esecutivo viene finalmente data quella dimensione veramente europea, quasi federale, e non di longa manu di interessi nazionali. Juncker non poteva imporre migliore svolta ad una UE sempre più zoppa.

Foto di gruppo per il nuovo Collegio della Commissione Juncker (foto European Commission – 2014)

L' Autore - Sebastiano Putoto

Laureando magistrale tra Italia e Germania in International Business and Economics, con specializzazione in Macroeconomia. Nato e maturato a Bruxelles, emigrato presso le Università di Pavia, Tolosa e Tubinga, mantiene il suo campo base in territorio belga-fiammingo. E’ co-fondatore di TRAM:E (Teoria, Riflessione, Azione, Movimento: Europa). Poca dimestichezza con i confini, nazionali e individuali. Poliglotta.

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