mercoledì , 21 febbraio 2018
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Kosovo: la storia si fa in campo

Tutto pronto per il fischio d’inizio. Mettetevi comodi, l’appuntamento è con la Storia. Domani alle 15 si gioca molto più di una partita: allo stadio Adem Jashari di Mitrovica, proprio la città simbolo delle difficoltà del Kosovo, a circa 40 km da Pristina, si gioca Kosovo-Haiti. Sulla carta non un match di cartello, ma sulla cartina geografica è l’incontro dell’anno, perché sarà infatti la prima partita autorizzata dalla FIFA della nazionale kosovara.

Parliamo del Kosovo, uno dei territori più martoriati del mondo, poco più grande dell’Abruzzo, incastonato tra Serbia, Montenegro, Albania e Macedonia ha autoproclamato la sua indipendenza il 17 febbraio 2008 dalla Serbia. Ad oggi è stato riconosciuto da 23 dei 28 Stati dell’Unione Europea e solo da 108 Paesi Onu su 193. A causa del veto russo non è membro delle Nazioni Unite e, per questa ragione, non potrà esibire né la bandiera, né simboli, né tantomeno far risuonare il proprio inno nazionale nello stadio in festa. Si tratta, dunque, di una sorta di nulla osta che il numero uno della FIFA Joseph Blatter ha concesso dopo sei lunghi anni di richieste andate a vuoto soprattutto da parte di Fadil Vokrri, attuale presidente della federcalcio oltre che unico kosovaro a non aver mai giocato con la casacca della Jugoslavia.

La svolta giunse nel settembre 2012: sfogliando le rose di Svizzera-Albania Vokrri non poté fare a meno di notare che ben 22 giocatori avrebbero potuto benissimo figurare in una ipotetica nazionale del Kosovo. Da qui partì una petizione alla FIFA con tanto di firme di alcuni tra i più forti calciatori d’Europa che richiamava esplicitamente il precedente di Gibilterra. Fu proprio in seguito al tentativo dell’estremità meridionale della penisola iberica di far parte della UEFA, cui seguì la minaccia della Spagna di ritirare le proprie squadre di club – ad iniziare da Real Madrid e Barcellona – da tutte le competizioni europee, che la massima autorità calcistica mondiale sancì il principio: per aspirare ad avere una nazionale totalmente riconosciuta è necessario essere membro dell’ONU.

Aldilà di tutto ciò, un fatto è acclarato: il Kosovo sarà finalmente in campo. Il problema per il ct Albert Bunjaki (medico che lasciò la sua terra negli anni ’90 e giocò in Svezia) sarà semmai comporre il puzzle di squadra i cui pezzi sono sparsi per l’Europa. Avrebbero potuto assaporare il manto erboso dell’Adem Jashari giocatori del calibro di Shaquiri (Bayern Monaco), Xhaka (Borussia Monchengladbach), oltre agli “italiani” Behrami (Napoli), Berisha e Cana (Lazio), Basha (Torino) e Hetemaj (Chievo Verona). Giocatori che però hanno scelto di non scendere in campo, per non trovarsi in situazioni ambigue a pochi mesi dal mondiale in Brasile, benché vada sottolineato che una loro ingresso contro Haiti non avrebbe pregiudicato l’appartenenza alle loro attuali nazionali, rispettivamente Svizzera, Albania e Finlandia. Così come non impedisce a giocatori come Xavi, Piquè, Fàbregas e Puyol di giocare con la Spagna e con la Catalogna. Han detto invece sì il portiere del Palermo Samir Ujkani e l’attaccante del Kaiserslautern Albert Bunjaku.

Il caso più clamoroso però è quello del talentino diciannovenne del Manchester United che sta incantando mezza Europa, Adnan Januzaj. Nato a Bruxelles il 5 febbraio 1995 da genitori kosovari, si trova nella straordinaria condizione di poter far parte della selezione kosovara, ma anche di quella belga, turca, serba e, in un futuro prossimo, inglese. È questo un caso paradigmatico di una terra nella quale la guerra ha sradicato le appartenenze e mescolato le identità. Tutti vorrebbero il prodigio scoperto da Sir Alex Ferguson, ma per ora nessuno lo avrà, perché il padre del ragazzo ha preferito declinare l’offerta del ct Bunjaki.

Storie come questa o come quella di Shaquiri, che ha dichiarato «I miei genitori sono originari del Kosovo e il mio nome dice al mondo che non sono svizzero ma kosovaro», dimostrano che domani la posta in palio non sarà la semplice vittoria di un match, ma l’affermazione – almeno per 90 minuti – di un’identità per troppi anni schiacciata. Come ha dichiarato Eroll Salihu – segretario della federcalcio locale – al New York Times «Per noi è soltanto l’inizio. Non vogliamo rimanere in una gabbia per sempre. Noi vogliamo solo giocare a calcio. Abbiamo team che esistono dal 1922, eravamo abituati a match con 40 mila spettatori. Per noi è importante far parte dell’Europa». Qualsiasi sarà il responso del campo la partita è già un successo.

In foto, Adnan Januzaj al tiro con la maglia del Manchester United (© Hase Don – Flick 2013)

L' Autore - Simone Belladonna

Laureato in Scienze Internazionali-Studi Europei e alla Scuola di Studi Superiori di Torino, da sempre appassionato di politica e storia. Ho studiato in Svezia presso la Linnaeus University, faccio parte del consiglio di redazione di Rivista Europae e a marzo 2015 ho pubblicato con l'editrice Neri Pozza il mio primo saggio “Gas in Etiopia”, sui silenzi e le rimozioni del passato coloniale italiano, specialmente per quel che riguarda l'estensivo uso dei gas sulle popolazioni etiopiche. Fortemente convinto che «l'incomprensione del presente nasce inevitabilmente dall'ignoranza del passato».

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