martedì , 14 agosto 2018
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La battaglia per il bilancio pluriannuale dell’Unione

Si apre oggi a Bruxelles il primo Consiglio Europeo dell’anno, il primo sotto la presidenza irlandese, ma il secondo che tenta di chiudere il Quadro Finanziario Pluriannuale (QFP) 2014-2020. I Capi di Stato e di Governo dell’UE si erano infatti riuniti già alla fine di novembre in un apposito vertice straordinario, che si era però concluso con un nulla di fatto, vanificando gli sforzi del presidente Herman Van Rompuy per chiudere la questione entro il 2012. Consapevole delle difficoltà del negoziato, il 5 febbraio il presidente ha dichiarato che «per concludere un accordo a questo Consiglio Europeo i leader dovranno scendere compromessi e fare scelte difficili».

Il QFP rappresenta un elemento particolarmente importante e divisivo nella vita istituzionale dell’Unione Europea. Si tratta infatti di un regolamento che deve essere adottato all’unanimità dal Consiglio Europeo e approvato del Parlamento Europeo. Il QFP «fissa gli importi dei massimali annui degli stanziamenti per impegni per categoria di spesa e del massimale annuo degli stanziamenti per pagamenti» (Art.312 TFUE). Da esso dipendono quindi tanto i singoli bilanci annuali quanto i regolamenti settoriali. Il QFP 2014-2020 poi è particolarmente importante perché costituirà la cornice di bilancio che porterà, o almeno tenterà di portare, l’Unione fuori della crisi economica.

Il progetto di bilancio settennale su cui si sta discutendo presenta sei rubriche: 1) crescita intelligente ed inclusiva (vale a dire ricerca e coesione); 2) crescita sostenibile (ovvero agricoltura); 3) sicurezza e cittadinanza; 4) Europa globale; 5) amministrazione; 6) compensazioni. La proposta avanzata dalla Commissione nel giugno 2011 prevedeva una spesa complessiva di 1.025 miliardi di euro, pari all’1,05% del PIL dell’UE.1 Al Consiglio Europeo di novembre Van Rompuy aveva presentato invece una proposta di bilancio al ribasso pari a 973 miliardi di euro, equivalente allo 1,01% del PIL europeo, operando tagli soprattutto alle voci relative alla politica agricola e di coesione e provocando le ire di chi sosteneva si trattasse di un bilancio dettato dalla Germania.

MFF infografica

Le trattative sulla distribuzione delle risorse dell’Unione Europea vedono contrapporsi principalmente quattro gruppi di Stati membri. Il primo è quello degli “Amici della Coesione”, ovvero dei beneficiari netti, coloro che ricevono dal bilancio dell’UE più di quanto danno. In questo gruppo rientrano i paesi di nuova adesione ma anche la Spagna, sebbene su posizioni più moderate, il Portogallo, l’Irlanda, la Grecia e la Croazia, futuro ventottesimo Stato membro dell’UE. Questi paesi sono contrari ad una riduzione della spesa – anche se ormai questa sembra essere data per assodata – e vorrebbero ancora maggiori risorse per agricoltura e politica di coesione.

Il secondo gruppo è quello degli “Amici del better spending”, ovvero dei contributori netti, coloro che danno al bilancio comunitario più di quanto ricevono e che vogliono una riduzione generale del tetto di spesa e una distribuzione delle risorse a favore di ricerca e sviluppo. Rientrano in questo schieramento Germania, Danimarca, Austria e Finlandia.

Il terzo schieramento comprende quegli Stati che potremmo definire centristi o moderati, cioè in particolare Francia e Italia, i quali pur essendo contributori netti del bilancio comunitario, si sono fatti portatori di una linea più moderata e sono pronti ad accettare una riduzione di bilancio (Francia e Italia, infatti, firmarono nel settembre 2011 un non-paper assieme a Austria, Germania, Finlandia, Paesi Bassi, Svezia e Regno Unito in cui affermavano «we need to spend better, not to spend more») solo se commisurata ad una ridistribuzione di risorse che non penalizzi le due voci della spesa comunitaria per loro tradizionalmente più importanti , ovvero la politica di coesione e quella agricola.

Il quarto gruppo è invece quello dei contributori netti più intransigenti, che chiedono che il bilancio comunitario venga tagliato in maniera ancora più netta. Si tratta di Svezia, Paesi Bassi e in particolare del Regno Unito, il quale sta sempre di più assumendo una posizione scomoda all’interno del Consiglio, insistendo per tagli significativi ai costi dell’amministrazione europea e minacciando di porre il veto ad ogni soluzione che non comporti tagli significativi (oltre i 100 miliardi) rispetto alla proposta della Commissione.

A rendere più complesso l’intero negoziato è il ruolo di un attore negoziale inizialmente esterno, ovvero il Parlamento Europeo, il quale dovrà votare in un momento successivo il QFP approvato dal Consiglio Europeo. Il Presidente del Parlamento, Martin Schulz, assieme a molti capi gruppo europarlamentari, ha già dichiarato che la maggioranza dell’assemblea non voterà un bilancio pluriennale che si allontani troppo dalla proposta iniziale della Commissione e che quindi non fornisca un budget adeguato per garantire il buon funzionamento dell’UE e il raggiungimento degli obiettivi fissati dalla Strategia Europa 2020. Un’eventualità non troppo lontana se si pensa che, secondo le indiscrezioni, oggi Van Rompuy avanzerà una nuova proposta di bilancio dove il tetto massimo di spesa dovrebbe essere ulteriormente ridotto.

Resta in sospeso inoltre la questione spinosa delle correzioni, cioè dei trattamenti finanziari privilegiati riservati a determinati Stati membri. A beneficiarne sono al momento Regno Unito, Germania, Paesi Bassi, Austria e Svezia. A chiederlo è la Danimarca e, qualora i negoziati sulle rubriche di spesa andassero particolarmente male, potrebbe farlo anche l’Italia. Mentre il rebate britannico fu sancito dal Consiglio Europeo di Fontainebleau del 1984 e per modificarne l’entità si dovrebbe raggiungere un improbabile accordo all’unanimità, le altre compensazioni si fondano su parametri temporanei calcolati sui sette anni e legate quindi alle negoziazioni sul QFP. Secondo il QFP 2007-2013 attualmente in vigore, tutti gli Stati membri contribuiscono al bilancio dell’UE con lo 0,3% della propria risorsa IVA, mentre Austria, Germania, Paesi Bassi e Svezia partecipano con percentuali minori (rispettivamente 0,225%, 0,15%, 0,10% e 0,10%). In più, questi quattro Stati pagano solamente il 25% della quota normale che gli spetterebbe per il finanziamento del rimborso britannico.
L’idea messa sul tavolo dalla Commissione nei mesi scorsi, ma respinta soprattutto da Londra al Consiglio Europeo di novembre, è quella di un meccanismo generalizzato di correzione, che tratti tutti gli Stati membri in modo paritario, così da garantire che tutti possano avvalersi delle correzioni in caso di saldi netti eccessivi comparati alla propria prosperità relativa.2

A poche ore dall’apertura dei lavori è ancora difficile dire come si concluderà questo vertice. La cancelliera Angela Merkel si dice ottimista, mentre François Hollande si è dimostrato più cauto. Dal canto suo il premier italiano uscente Mario Monti va ribadendo come l’Italia sia stata il primo contributore netto nel 2011 e non possa accettare un ulteriore peggioramento della sua situazione finanziaria rispetto al bilancio dell’UE. David Cameron resta un’incognita e la minaccia del veto britannico una realtà che pesa sul negoziato. Un’altra variabile importante da considerare riguarda le questioni politiche interne: Monti è ormai pienamente impegnato nella campagna elettorale italiana, Mariano Rajoy è al centro di uno scandalo di corruzione, Merkel deve anch’essa pensare alle prossime elezioni e dimostrare di difendere gli interessi nazionali, proprio ora che la Germania comincia ad accusare maggiormente le conseguenze della crisi. Tutti, in generale, evitano di dare cifre precise sull’entità delle perdite e delle richieste per evitare ad accordo raggiunto di rivestire in patria i panni dello sconfitto.

Al Consiglio di novembre tutti i capi di Stato e di governo si erano rifiutati di parlare di fallimento appigliandosi al fatto che non si trattava di un regolamento urgente, mancando più di un anno alla sua entrata in vigore, ed anzi avevano sottolineato l’opportunità di un rinvio per favorre il raggiungimento di un compromesso soddisfacente. Un fallimento anche di questo vertice scoprirebbe però tutta la fragilità strategica dell’UE. Il quadro infatti è già di per sé desolante: se si guarda con più distacco alle cifre, gli Stati membri stanno litigando da mesi su appena l’1% del PIL dell’Unione e su soldi che, per la maggior parte, saranno reinvestiti sul loro territorio dalle politiche comunitarie. Per preservare tradizionali voci di spesa come la politica agricola e la politica di coesione, i governi nazionali sembrano inoltre intenzionati a ridurre le allocazioni finanziarie proposte dalla Commissione per progetti di investimento strutturale come il tanto sbandierato Connecting Europe Facility piuttosto di alzare di poco il tetto di spesa o riformare seriamente le politiche settoriali. Un nulla di fatto a questo Consiglio, insomma, non darebbe soltanto un segnale esterno di profonda incapacità decisionale e strategica, ma significherebbe anche il prolungamento del bilancio 2013 per il 2014 e quindi la fine automatica di tutte le correzioni, tranne quella del Regno Unito.

1 Communication from the Commission to the European Parliament, the Council, the European Economic and Social Committee and the Committee of the Regions, “A Budget for Europe 2020”, COM (2011) 500 Final, 29 giugno 2011 Testo Integrale

2 Commission Staff Working Paper, Financing the EU Budget: Report on the operaion of the own resources system, SEC (2011) 876 Final/2, 27 ottobre 2011. Testo Integrale

L' Autore - Valentina Ferrara

Vice-direttore - Laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche con una tesi in Storia dell'Integrazione Europea dal titolo "Unione Europea e discriminazioni". Ho sempre avuto la passione per il giornalismo, per il mondo della comunicazione e per l'Unione Europea, per questo non ho avuto alcun dubbio a partecipare alla creazione di Europae, la fonte d'informazione che sono sempre andata cercando.

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