giovedì , 22 febbraio 2018
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Scozia
Nicola Sturgeon con Jean Claude Juncker © European Commission, 2016

Dopo la Brexit, la Scozia può rimanere nell’UE?

Il 23 giugno, meno di un milione di voti ha decretato la fine, per Londra, del sogno politico faticosamente perseguito da generazioni di europei. Con il 51.9% di preferenze, lo schieramento del ‘Leave’, capitanato da Nigel Farage e dall’eccentrico ex sindaco di Londra, Boris Johnson, ha vinto la sua battaglia trascinando il Regno Unito in acque burrascose e sconosciute.

Le forti reazioni a questo voto storico non si sono fatte attendere. Una in particolare ha interessato l’opinione pubblica europea e d’oltremanica, innescando una serie di dibattiti tecnici di natura giuridica e politica: quella del Primo Ministro scozzese Nicola Sturgeon. La Lady d’Edimburgo ha, in più occasioni, sottolineato la decisione inequivocabile della Scozia di rimanere parte dell’Unione Europea, affermando che, alla luce di questo risultato, Holyrood potrebbe bloccare il processo d’uscita della Gran Bretagna.

In un’intervista rilasciata alla BBC, la Sturgeon ha affermato che se il Parlamento scozzese dovesse esprimersi sulla base di quello che è giusto per il Paese, un nulla osta alla Brexit sarebbe altamente improbabile. La domanda che sorge spontanea, a questo punto, è: Edimburgo può realmente bloccare l’uscita britannica dalla famiglia europea?

Il fronte del Sì

Convinto sostenitore di questa possibilità è Jo Murkens, Professore di Diritto Costituzionale ed Europeo alla London School of Economics. Murkens parte da una premessa semplice, ma fondamentale: il Regno Unito non ha votato in maniera univoca. Il Leave si è confermato movimento principale in Galles (52.5%) ed in Inghilterra (53.4%), ma non in Scozia ed in Irlanda del Nord, dove, invece, è stato preferito il Remain (indicativamente con il 62% ed il 55.8% di preferenze). I risultati vedono, quindi, una divisione nel Regno Unito: ignorarli violerebbe il fondamentale principio di co-uguaglianza tra le quattro nazioni britanniche.

Il Professore afferma, inoltre, che, nel dare attuazione al referendum, Westminster dovrebbe superare alcuni ostacoli. In primis, come è logico, dovrà abrogare lo European Communities Act del 1972 e, inoltre, con una mossa molto più delicata, emendare le varie legislazioni di decentramento a favore di Edimburgo e di Belfast. Questo passo in particolare risulterebbe tecnicamente facile per Londra, ma politicamente rischioso. Infatti, potrebbe innescare un secondo referendum per l’indipendenza scozzese (visto come sempre più probabile da JP Morgan) e minare profondamente il processo di pace irlandese.

Il fronte del No

Mark Elliott, Professore di Diritto Costituzionale alla Cambridge University, risponde alla domanda con un categorico ‘no’, argomentandolo in tre punti. Innanzitutto, il processo previsto dall’Articolo 50 del Trattato dell’Unione Europea può e dev’essere innescato esclusivamente dal governo nell’esercizio dei suoi poteri di prerogativa in materia di politica estera. Questo significa che il procedimento d’uscita potrà essere invocato anche senza la necessità di un atto parlamentare a riguardo.

In secondo luogo, il Parlamento scozzese non può bloccare né la Brexit, né l’emanazione di qualsiasi legge britannica. La ‘richiesta di consenso’ a favore del Parlamento di Edimburgo su un atto di legge di Westminster, infatti, altro non è che una mera convenzione costituzionale e non un requisito vincolante. Infine, lo Scotland Act del 2016 (ultima difesa legale dei sostenitori di un possibile blocco scozzese), alla Sezione 2, stabilisce che “il Parlamento del Regno Unito non legifererà con riguardo alle ‘questioni delegate’ senza il consenso del Parlamento scozzese”. Elliott, a tal proposito, fa notare che l’espressione ‘questioni delegate(devolved matters) si riferirebbe alla legislazione interna alla Gran Bretagna e non andrebbe a coprire, invece, la materia di politica estera.

Quali sono le conclusioni per la Scozia?

Le implicazioni sono molteplici, il dibattito è acceso e, apparentemente, la Scozia non possiede strumenti giuridici solidi a suo favore. Tuttavia, Edimburgo ha un asso politico nella manica da non sottovalutare: un secondo referendum per l’indipendenza, che invocherà nel caso in cui la posizione scozzese e nord irlandese non sia presa in considerazione da Downing Street nei prossimi mesi. In conclusione, indipendentemente dalla visione per cui si propenda, un dato appare chiaro: in questo momento, il Regno Unito è tale solo di nome.

L' Autore - Luca Feltrin

Laureato presso l'Università degli Studi di Torino in Diritto Internazionale con una tesi relativa alla crisi finanziaria ed economica dell'Eurozona, con una particolare attenzione al caso greco. Appassionato fino al morboso di affari e politica europea (particolarmente all'aspetto legale, istituzionale ed economico dell'Unione). Amante del gioco del rugby in cui mi diletto con risultati, ahimè, non propriamente eccellenti.

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