martedì , 14 agosto 2018
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La Croazia passa l’esame sloveno, porte aperte verso l’Ue

Adesso si può davvero dire: la Croazia è il 28° paese dell’UE. È stato definitivamente superato anche uno degli ostacoli considerato inizialmente tra i più ardui, l’assenso della Slovenia. Nella mattinata di ieri infatti il Parlamento sloveno, alla presenza del premier croato Zoran Milanovic, ha ratificato all’unanimità (82 voti favorevoli su 82 votanti) l’adesione della Croazia al Trattato dell’UE.

Un ostacolo non di poco conto se si pensa che solo due anni fa la Slovenia aveva minacciato di non approvare la ratifica e di ritardare quindi l’ingresso della Crozia, fissato per il 1° luglio. Alla radici degli attriti due dispute, risolte solo grazie all’intervento (ed alla pressione) dell’UE.

La prima era relativa ai confini marittimi nel golfo del Pirano. Confini che nella versione disegnata dai croati negavano alla Slovenia l’accesso diretto alle acque internazionali e precludevano quindi ai suoi pescherecci la possibilità di pesca nelle stesse. L’accordo sulla ventennale questione è stato trovato solo nel 2011: a definire i confini sarà un organismo composto da cinque arbitri internazionali, che cercherà di garantire a Lubiana l’accesso alle acque internazionali.

La seconda disputa è stata invece risolta soltanto l’11 marzo. Riguardava la Ljubljanska Bank, banca slovena operante in territorio croato nel periodo pre-indipendenza, fallita senza rimborsare i crediti (circa 172 milioni di €) a circa 130 mila cittadini croati. Risparmiatori che ovviamente, sostenuti da Zagabria, reclamano un risarcimento. Anche in questo caso i due paesi si sono accordati sull’affidare la ricerca di un compromesso ad un arbitro, la Banca dei regolamenti internazionali di Ginevra. Per arrivare a questo accordo è servita la promessa di Zagabria di aprire nuovamente (dopo il ’92) il proprio mercato alle banche slovene e quella di Lubiana di rimborsare parte dei debiti della banca fallita ai 130 mila risparmiatori croati (compensando con crediti non riscossi da imprese croate).

Ma per la Croazia l’opposizione slovena è stata solo l’ultimo ostacolo di un percorso arduo. Già l’inizio dei negoziati, infatti, era stato ritardato dal marzo all’ottobre 2005, a causa di una relazione del Procuratore Capo del Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia. Il motivo era la scarsa collaborazione fornita alla cattura di Ante Gotovina (poi arrestato a Tenerife), ex generale croato, imputato per crimini di guerra ma eroe agli occhi dei nazionalisti croati. Anche il percorso di acquis non si è rivelato facile ed ha necessitato di radicali interventi: per garantire la competizione politica, riformare il sistema giudiziario, garantire i diritti (es. accesso ad impiego pubblico) e le libertà delle minoranze e per la lotta alla corruzione ed alla criminalità organizzata.

L’acquis comunitario (o semplicemente acquis) è il complesso di diritti ed obblighi che vincolano gli Stati membri nel contesto dell’UE sulla base di trattati, atti legislativi, decisioni e sentenze delle istituzioni europee. I paesi candidati per poter aderire all’Unione devono accettarlo e recepirlo nei rispettivi ordinamenti nazionali. Le deroghe possono essere solo eccezionali e di portata limitata.

Un percorso che la Commissione, nel suo “Monitoring Report” del 26 Marzo, ha ritenuto così soddisfacente da spingere il Commissario all’Allargamento Štefan Füle ad affermare che la Croazia è più pronta di quanto non lo fossero altri paesi ammessi in precedenza. E ad escludere addirittura, secondo lo stesso Füle, le forme di monitoraggio post-adesione adottate per Romania e Bulgaria.

Le parole del Commissario sembrano voler rassicurare la Germania, che nell’ottobre 2012 aveva espresso dubbi (tramite il suo Ministro delle Finanze) sul livello di preparazione della Croazia e che probabilmente sarà l’ultima tra i 27 stati UE a ratificarne l’adesione (ad oggi mancano ancora, tra gli altri, anche Belgio, Danimarca e Finlandia). Un ritardo non preoccupante, la Germania ratificherà, ma anche un possibile segnale verso i futuri candidati, soprattutto dell’area balcanica: in UE si entra solo se realmente pronti, non per sole scelte geopolitiche.

Füle ha poi posto l’accento sui benefici che, in termini di stabilizzazione dell’area, l’UE trarrà dall’adesione della Croazia e che ha definito l’allargamento come un processo che “attende di essere completato” con l’adesione degli altri Stati dell’area balcanica. Magra consolazione soprattutto per la Bosnia, che con l’adesione di Zagabria (suo maggior partner commerciale) all’UE rischia di perdere il mercato di vendita principale per i suoi prodotti agricoli (70% dell’export bosniaco) che a partire dal 1° luglio, per entrare in Croazia, dovranno rispettare i rigidi requisiti imposti dall’UE.

Tornando alla Croazia, il giusto epilogo di questa dura corsa ad ostacoli sembrerebbe un’esultanza a braccia alzate al superamento del traguardo. A giudicare da un sondaggio dell’Agenzia Ipsos Plus però, questa esultanza, il 1° luglio, non ci sarà. Solo il 45,1 % dei croati si è dichiarato infatti entusiasta dell’ingresso nell’Unione. Al referendum per l’adesione del 2012 i consensi erano al 67,7%: calo causato solo dalla crisi finanziaria dell’Eurozona? Oppure l’Europa del rigore piace sempre meno?

Un nuovo test ci sarà il 14 aprile, quando i cittadini eleggeranno i futuri membri croati al Parlamento Europeo, ma quello definitivo lo avremo solo il 1° luglio: caroselli e bandiere dell’Unione al vento o grigia indifferenza?

L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

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