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La Scozia al voto per l’indipendenza

di Matteo Molè

Il 18 settembre prossimo si terrà un referendum in Scozia per decidere niente di meno che l’indipendenza del Paese dal Regno Unito. Si tratta di un evento storico, poiché, oltre a mettere in discussione un’unione di più di trecento anni, potrebbe costituire un precedente per situazioni analoghe nel resto d’Europa.

La Scozia costituisce una delle quattro nazioni componenti il Regno Unito (insieme all’Inghilterra, il Galles e l’Irlanda del Nord). Uno Stato e quattro nazioni, dunque. Qualcosa di strano agli occhi di un osservatore continentale, ma che è reso possibile nella tradizione giuridica britannica del Common Law, che fa delle consuetudini e dei precedenti giuridici la propria fonte.

Quali sono questi precedenti e consuetudini? Uno di questi è l’Unione del Regno d’Inghilterra e di Scozia nel 1707, secondo una legge chiamata Act of Union, approvata da entrambi i Parlamenti dei due Regni. Il Paese ha però sempre posseduto un forte orgoglio nazionale e conservato le proprie tradizioni, usanze e istituzioni locali. Dal 1999 esso ha anche ottenuto una maggiore autonomia, dotandosi di un proprio Parlamento in grado di legiferare su alcune materie. Si è trattato di una forma molto particolare di decentramento del potere chiamata Devolution, la quale costituisce, più che un inizio, un punto di arrivo nel lungo percorso dell’autonomia scozzese.

Un movimento per l’indipendenza del Paese era nato già nel 1707. Molti, infatti, considerarono tale atto come una svendita della Scozia al suo storico nemico. Nel 1934 nacque poi il Partito Nazionalista Scozzese (SNP). Tale forza politica rimase per molto tempo in ombra (anche perché schiacciata dal “maggioritario secco” adoperato per eleggere il Parlamento britannico), ma poté trovare una nuova piattaforma di lancio nel Parlamento di Edimburgo, dove ha ottenuto la maggioranza relativa nel 2007. La loro ispirazione social democratica e il loro guardare “a nord”, verso i modelli scandinavi, ha permesso ai nazionalisti di colmare il vuoto lasciato dal Labour nella difesa della tipicità scozzese all’interno del Regno. Così, l’SNP, guidato dal carismatico premier Alex Salmond è migliorato ancora nel 2011, ottenendo contro ogni previsione la maggioranza assoluta dell’aula contro ogni previsione.

Oggi, tra i favorevoli all’indipendenza figurano, ovviamente, il Partito Nazionalista Scozzese, promotore del referendum, i Verdi e i Socialisti Scozzesi. Tali forze sono riunite nel gruppo Yes Scotland. Dall’altro lato, si oppongono i principali partiti del Parlamento britannico (Laburisti, Liberaldemocratici e Conservatori), trovandosi, diversamente da quanto accade a Londra, riuniti nel gruppo referendario Better Together.

Il Parlamento di Edimburgo non ha alcun potere di proclamare l’indipendenza della Scozia. Questo significa che un’eventuale vittoria dei “Sì” al referendum non implicherebbe l’automatica indipendenza della Scozia, ma autorizzerebbe semplicemente l’esecutivo di Edimburgo ad aprire dei negoziati con Londra per la secessione. È estremamente difficile che la capitale si opponga ad un eventuale esito positivo: tuttavia rimarrebbero aperte alcune importanti questioni su cui trattare. Tra queste, l’utilizzo (almeno temporaneo) della sterlina britannica da parte della Scozia, la suddivisione del debito pubblico, delle forze armate e, soprattutto, dei giacimenti petroliferi del Mare del Nord.

Altre due questioni scottanti sono quelle relative alla membership della NATO e dell’Unione Europea. Riguardo quest’ultima, ha preso piede una battaglia politica travestita da controversia giuridica: il governo scozzese sostiene che la Scozia diventerà automaticamente un nuovo membro dell’UE, visto che, di fatto, ne ha fatto parte sin dal 1973. I contrari all’indipendenza pongono in luce, invece, le dichiarazioni dei vari leader europei (soprattutto spagnoli) secondo cui un’eventuale Scozia indipendente dovrebbe ricandidarsi per l’ingresso in UE, partendo da zero.

Tutto questo su uno sfondo piuttosto complicato nel resto del Regno: l’elettorato scozzese, negli ultimi decenni, ha sempre votato in massa contro i governi conservatori di Londra, trovandosi, perciò, interamente all’opposizione durante i governi Thatcher o l’attuale governo Cameron. Lo spettro di un’ulteriore vittoria conservatrice nel 2015 potrebbe pesare sull’esito del referendum.

In foto  il premier scozzese Alex Salmond (Foto: Wikimedia Commons)

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