venerdì , 17 agosto 2018
18comix
Trump
Photo © Mr. Gray - www.flickr.com, 2016

La vittoria di Trump mette in crisi i modelli di previsione elettorale

“Allora il Mulo non è stato considerato. Non rientra nello schema della psicostoria.” Non è un caso che il pericolo rappresentato dal Mule, uno degli antagonisti più iconici scaturiti dalla penna di Isaac Asimov, padre della fantascienza, fosse quello di superare, tramite le sue capacità extra-ordinarie, i ferrei schemi elaborati della psicostoria, disciplina fittizia capace di prevedere probabilisticamente il futuro coniugando storia e matematica.

Tale esempio introduce un’ipotesi metodologica ancora poco considerata e molto attuale per le scienze sociali: la cecità delle razionalità ad eventi che, pur nella loro rarità, hanno un impatto significativo, se non rivoluzionario, sull’interno sistema di aspettative elaborato. Ed ecco che allora in un sistema di pensiero falsato da ipotesi di razionalità e normalità, ancor più paradossalmente, i Simpson si sarebbero rivelati più affidabili di molti esperti, preventivando l’ascesa di Trump al potere pur nella moltitudine di scenari surreali elaborati da più di 600 episodi autoconclusivi.

La finzione, non dovendo rispondere alla pretesa di realismo e di plausibilità può essere rivelatrice di fenomeni sociali e di risultati storici potenzialmente rivoluzionari, non considerati altrimenti per la loro rarità. Si tratta dei cigni neri. Trump è uno di questi?

Trump: un rischio sistematicamente sottovalutato?

La mancata previsione della vittoria di Trump da parte dei media e degli esperti non è la conseguenza di una cecità temporanea. L’ascesa di Trump non era stata prevista nel 2015, anno della sua discesa in campo, durante le primarie repubblicane all’inizio del 2016, fino a novembre dello stesso anno, data delle elezioni presidenziali. Negli ultimi giorni la vittoria della Clinton, la candidata democratica, era data ancora al 72%, nonostante i sondaggi le dessero solo un punto percentuale in più rispetto a Trump, con un margine d’incertezza di circa il 2-3%. Ancora più stupefacente dell’ascesa di questo candidato è il fatto di come gli strumenti tradizionali, di propaganda, ma soprattutto previsionali, non siano riusciti a cogliere in maniera sistematica tale fenomeno.

Già da tempo per altro era emersa l’imperfezione dei sondaggi elettorali nel prevedere gli esiti dei voti popolari. Campioni sempre più scarni in rapporto alla crescita della popolazione e sempre meno significativi dell’intera popolazione rappresentano un “bias” di cui i sondaggisti sono consapevoli. Per farvi fronte, panieri di più sondaggi cercano di minimizzare tali distorsioni, ma se ognuno di essi è distorto nella stessa direzione, tale accorgimento ha l’effetto di sortire l’effetto contrario.  Insomma, il timore è che tutti peschino sempre e soltanto in quella fetta di popolazione, che, rispondendo ai sondaggi, è uniforme rispetto a determinate caratteristiche sociali e, anzi, è più avvezza e addomesticata alla metodologia di tali strumenti. Si rischia di non considerare invece la parte più antisistemica e irrazionale dei cittadini, a livello di scelte elettorali e di policy.

Modelli non sempre rigorosi

Più grave è il caso delle valutazioni e dei modelli degli esperti. Costruiti spesso usando parametri banali e con gli indici che le odierne scienze sociali rendono disponibili, questi modelli si adattano solo parzialmente a descrivere la scala e la dinamica degli umori del popolo elettorale. Creati come alternativa o complemento per i sondaggi elettorali, si rivelano essere strumenti ancora più rigidi che comunque non descrivono l’effetto che può avere il carisma di un candidato o fenomeni come il populismo, che si basano sulla viralità attraverso i social network, ancora poco scalfiti da media e dagli studi specialistici.

Adattare gli strumenti di misurazione sociale alle dinamiche non lineari e incrementali, ma caotiche e discontinue di gran parte dei fenomeni contemporanei (dai social media al terrorismo) rappresenta  una sfida generale, ma i populismi rischiano di essere il particolare detonatore per le scienze politiche, almeno per quelle che studiano le scelte elettorali. In tal caso il problema, il cigno nero, non è solo Trump, ma l’elettorato in generale, così come far fronte a tale fenomeno non è solo interesse accademico, ma anche politico. Capire il fenomeno comporta nuovi strumenti per i politici e per i media, per raggiungere una fetta di elettorato forse dimenticata, e per gli elettori stessi, per essere consapevoli di quanti votano tale candidato, arginando il fenomeno del voto di protesta.

L' Autore - Flavio Malnati

Laureato Magistrale in Economia e Public Management presso l’Università Bocconi. Ho appena concluso il Master in Diplomacy presso l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale(ISPI) a Milano. Appassionato di Politica Estera, Politica Economica, Politiche Culturali e Integrazione Europea. Amo viaggiare, ho fatto due scambi universitari, uno in Giappone e uno in Egitto, interrottosi per la Primavera Araba. Entrambi fondamentali per la mia formazione. Informarsi e saper informare correttamente sono elementi imprescindibili per partecipare alle sfide di un contesto globale. Ecco perché se scrivere è importante, scrivere dell’Europa e per un’Europa più consapevole è per me una sfida e un motivo di orgoglio. Ecco perché sono felice di scrivere per Rivista Europae.

Check Also

Kosovo: il problema del jihadismo

di Edoardo Corradi e Francesco Pagano Il contrasto al jihadismo e all’estremismo violento islamico è …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *