domenica , 18 febbraio 2018
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Giornalettismo

Le prospettive europee del nuovo Parlamento (fin quando durerà)

A poche ora dalla chiusura dei seggi di una tornata elettorale che ha sconvolto il panorama politico italiano, pare doveroso soffermarsi sulla prospettiva circa l’Unione Europea e le prossime tappe del processo di integrazione espressa dai partiti e movimenti che siederanno in Parlamento. Il voto italiano sta già avendo delle conseguenze significative, come segnalano le difficoltà delle borse europee e mondiali e le preoccupazioni che provengono dalle capitali europee, Berlino in primis. Tali preoccupazioni non sorgono, per ora, dai dubbi circa i programmi dei partiti (e movimenti) che si sono divisi quasi equamente i voti degli italiani, quanto dalla generale condizione di instabilità politica che le elezioni hanno generato. In attesa che i primi tentativi di formare un nuovo governo vengano esplorati, un primo bilancio del voto appena conclusosi mostra tuttavia come il tema europeo non sia stato estraneo alla campagna elettorale. Se il tema principale è stato costituito dalle tasse, questo si lega indissolubilmente ai programmi di austerità promossi dal governo uscente, presieduto da Mario Monti, a loro volta sostenuti dalle istituzioni comunitarie.

Il tema europeo non sempre è stato affrontato in modo limpido e approfondito, prestandosi spesso a semplificazioni per raggiungere un elettorato preoccupato dalla crisi economica e dall’assenza di segnali di ripresa dell’economia italiana, più che dalle sorti del processo di integrazione. Tuttavia, i due aspetti sono intimamente legati.

Analizzando i programmi dei tre attori che, in particolare al Senato, si sono spartiti il sostegno dell’elettorato, il Partito Democratico appare presentare il programma più europeista, intendendo in tal senso indicare una certa fiducia nel processo di integrazione, in linea con quanto sottolineato anche dalla compagine guidata dal Senatore Monti, che, tuttavia, probabilmente proprio a causa della sua associazione così stretta alle misure di austerità ‘richieste dall’Europa’ ha ottenuto un consenso alquanto deludente. Il PD non nasconde l’obiettivo degli Stati Uniti d’Europa e accetta l’applicazione del controverso Fiscal Compact chiamato a garantire la disciplina macroeconomica dei Paesi membri. Tuttavia, non ha mancato di criticare l’approccio ritenuto eccessivamente fondato sull’austerità di Bruxelles, proponendo dunque di re-indirizzare l’attenzione dell’UE sugli investimenti per la crescita, proseguendo nel solco tracciato dal Presidente francese Hollande, che, almeno retoricamente, avrebbe dovuto costituire il bilanciamento di Angela Merkel. Il partito guidato, sinora, da Pierluigi Bersani pare voler fare della moderazione la propria arma politica, anche in questo campo. Una strategia che non sembra affatto pagare.

Chi ha ottenuto infatti un risultato insperato sono il Popolo della Libertà e soprattutto il Movimento Cinque Stelle (M5S). Entrambi i movimenti hanno fondato la propria campagna elettorale su una retorica critica nei confronti dell’Unione Europea, denunciandone spesso la subordinazione alle istanze tedesche. Lo stesso Silvio Berlusconi, pur proclamando il proprio partito come una forza che crede nell’approfondimento dell’Unione politica, non ha mancato di sottolineare il carattere ‘germanocentrico’ dell’attuale UE e la necessità di riportare l’interesse nazionale italiano al centro dei dibattiti a Bruxelles. Si affianca a queste rivendicazioni, la richiesta alla Banca Centrale Europea di assumere il ruolo di prestatore di ultima istanza.

I veri vincitori della tornata elettorale, i nuovi parlamentari del M5S, saranno presto chiamati a confermare le posizioni espresse dal loro rappresentante principale nel dibattito pubblico, Beppe Grillo. Quest’ultimo ha più volte criticato l’attuale gestione dell’Unione Europea, mettendo in dubbio i benefici della moneta unica, sostenendo l’idea di un referendum sulla permanenza dell’Italia nell’Eurozona, in modo da permettere agli italiani di esprimersi a riguardo, e il rifiuto del Fiscal Compact. Grillo sembra non aspirare a un’uscita dall’UE, ma critica l’operato della BCE, rea di aver trasferito ingenti risorse alle banche europee, senza che queste le abbiano poi trasformate in credito per le imprese, soprattutto piccole e medie, che in Italia sono in grave difficoltà.

Un primo bilancio molto approssimativo del risultato elettorale non può dunque che gettare più di un’ombra circa il futuro ruolo dell’Italia nell’Unione Europea. Se un effettivo abbandono del processo di integrazione appare di difficile previsione (e poco fattibile, allo stato attuale), certamente è preventivabile uno spostamento su posizioni più decise delle istituzioni italiane rispetto all’approccio ‘eurocratico’ di Mario Monti. Sempre che non si torni presto a votare e tutto venga posto nuovamente in discussione, come appare probabile. L’Europa ci guarda e ne capisce davvero poco.

L' Autore - Luca Barana

Vicedirettore e Responsabile Istituzioni e Affari Generali – Conseguita la laurea triennale in Scienze Politiche, ho scoperto un vivo interesse per la politica internazionale. Laureato magistrale in Studi Europei con una tesi sulle Relazioni esterne dell’UE, incentrata sul contributo alla cooperazione allo sviluppo delle relazioni interregionali con l’Africa. Appassionato di giornalismo, ricopro il ruolo di vicedirettore di Europae.

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