domenica , 25 febbraio 2018
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Le proteste dilagano in Turchia: una nuova Piazza Tahrir?

Migliaia di manifestanti sono tornati domenica sera ad affollare Piazza Taksim a Istanbul, dopo quattro giorni di violenti scontri con la polizia che hanno portato a diverse centinaia di feriti e a più di 1700 arresti. Negli ultimi giorni, decine di migliaia di persone sono scese in piazza in tutta la Turchia, in quella che è stata una manifestazione di dissenso senza precedenti nei confronti del premier Recep Tayyip Erdogan e del suo AKP, partito islamista moderato accusato di derive autoritarie. Tutto è iniziato lo scorso venerdì mattina, con quella che in principio era apparsa come una velleitaria protesta ambientalista di quartiere.

L’amministrazione cittadina di Istanbul aveva infatti deciso di distruggere l’area verde di Gezi Parki, vicino a Piazza Taksim, per fare spazio ad un nuovo centro commerciale con annessa moschea (fortemente voluta dal premier Erdogan), contro la volontà di diversi abitanti. Piazza Taksim rappresenta il cuore pulsante della moderna Istanbul, famosa per i suoi ristoranti, negozi e alberghi. L’accusa è proprio quella di voler imporre dall’alto una caratterizzazione religiosa ad una parte della città tutt’altro che conservatrice. La reazione della polizia non si è fatta attendere: già giovedì scorso, è avvenuta una prima violenta carica contro alcune decine di giovani che si erano accampati nei viali del parco. Le forze dell’ordine pensavano di aver risolto il problema, ma ben presto diversi abitanti sono accorsi a ingrossare le fila dei manifestanti. I reparti antisommossa della polizia turca hanno allora cercato di reprimere le proteste con fermezza, mentre gli scontri si estendevano alla vicina via commerciale di Iskidal e al quartiere di Besiktas.

E’ stata proprio la violenta risposta delle forze dell’ordine – che hanno attaccato i manifestanti con lacrimogeni, gas urticanti e cannoni ad acqua – a far sì che le dimostrazioni si estendessero su tutto il territorio turco, e si trasformassero in una vera e propria ondata di protesta contro il governo del premier Erdogan, accusato di voler snaturare la democrazia turca e di volere procedere ad un’islamizzazione forzata della società. Anche John Dalhuisen, direttore di Amnesty International Europe, ha condannato l’uso eccessivo della forza da parte della polizia turca e ha sottolineato che l’utilizzo di gas lacrimogeni contro manifestanti pacifici in uno spazio ridotto «viola gli standard internazionali dei diritti umani». In più, ha aggiunto Dalhuisen, dopo tre giorni la polizia non ha mostrato alcuna intenzione di moderare la propria reazione o cambiare tattica.

Il premier Erdogan ha adottato fin da subito un tono di sfida, dichiarando in conferenza stampa che le proteste sono state organizzate da «gruppi marginali di estremisti» e accusando l’opposizione di aver aizzato «i suoi cittadini» contro di lui. Secondo Orhal Kemal Cengiz, editorialista del quotidiano liberale turco Radikal, l’ondata di manifestazioni che ha scosso la Turchia negli ultimi giorni costituisce un vero e proprio movimento di disobbedienza civile contro il governo del premier Erdogan, incapace non soltanto di accettare ogni tipo di critica, ma anche di scendere a compromessi con le minoranze. Accanto ai giovani di sinistra e agli ambientalisti, a scendere in piazza è stata soprattutto la classe media laica turca, per la quale i fatti di Gezi Parki sono stati la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Lo scorso 24 maggio il parlamento turco aveva approvato infatti una serie di misure restrittive per quanto riguarda la vendita e la pubblicità degli alcolici, scatenando le ire dell’opposizione laica. La maggiore accusa mossa al governo Erdogan e al suo Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) è proprio quella di voler imporre i valori islamici a un Paese costituzionalmente laico come la Turchia, e di limitare le libertà personali. Quello che colpisce dell’ondata di proteste che attraversa la Turchia è senza dubbio la sua ampiezza. Parlare di Piazza Taksim come della Tahrir turca sembra però prematuro, allo stato attuale delle cose. Un ruolo determinate sarà giocato, in questo senso, dalla posizione che il movimento dei lavoratori deciderà di adottare: per ora, solo la Confederazione Sindacale dei Dipendenti Pubblici (KESK) ha indetto due giorni di sciopero antigovernativo. In più, la fetta più conservatrice e religiosa della società turca, che costituisce il bacino elettorale di riferimento dell’AKP, è per ora rimasta immune all’ondata di proteste. In altre parole, il premier Erdogan può ancora contare sul sostegno di quasi la metà della popolazione turca. La situazione è ancora troppo fluida per osare previsioni: riuscirà l’opposizione laica a fare di Piazza Taksim l’emblema di una nuova “primavera turca” o prevarrà invece la linea di Erdogan e della sua presunta “maggioranza silenziosa”?

L' Autore - Stefania Bonacini

Responsabile politiche regionali e industriali - Ho conseguito la laurea magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna, con una tesi in inglese dal titolo: "Dynamics of Transition in Egypt: the Role of the EU". Dopo aver lavorato un anno a Bruxelles, mi sono trasferita di nuovo in Italia. Mi occupo principalmente di comunicazione.

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