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Lettonia nell’Eurozona: cittadini e non-cittadini del Baltico

La regione baltica è sempre stata etnicamente eterogenea: per secoli il principale gruppo etnico allogeno sono stati i tedeschi, la cui presenza risale alle Crociate del Nord (XII° secolo). Proprio nel Baltico, a inizio ‘800, nacquero i primi movimenti nazionali nell’Impero zarista. Gli antagonismi etnici coincidevano con quelli sociali: servitù della gleba estone e lettone e aristocrazia tedesca. Durante la 1^ Guerra Mondiale le autorità russe furono abili a sfruttarli per scopi militari, creando il corpo dei fucilieri lettoni che combatté contro la Germania. La regione ebbe un ruolo di spicco sia nella rivolta del 1905 che durante la Rivoluzione Russa e proprio in Lettonia i bolscevichi raccolsero più consensi. Vi furono lettoni in entrambi gli schieramenti, ma la maggior parte dei fucilieri lettoni si arruolò nell’Armata Rossa.

Durante la 2^ Guerra Mondiale e nel dopoguerra la regione mutò la propria composizione etnica: tra stermini e deportazioni non restò quasi nulla delle comunità tedesca, svedese ed ebraica. La guerra ebbe un impatto devastante in termini umani e intere aree rimasero pressoché disabitate. Nel 1944 Estonia, Lettonia e Lituania vennero annesse all’URSS e nel dopoguerra, per realizzare il suo progetto di massiccia industrializzazione, Stalin cercò di sfruttare al massimo la regione, dove infrastrutture industriali erano già presenti. Date le perdite umane causate dalla guerra fu necessario importare manodopera dalle zone rurali dell’URSS, soprattutto russi e altre etnie. I nuovi arrivati non imparavano neanche le lingue locali: la lingua ufficiale era il russo.

Nel 1991 le tre repubbliche riacquistarono l’indipendenza. In Estonia e Lettonia la nuova legge sulla cittadinanza si basò sullo ius sanguinis e la cittadinanza venne conferita solo a chi la deteneva prima del 1940 ed ai loro eredi. In tal modo un’enorme fetta della popolazione ottenne lo status di non cittadino, cioè di residenti permanenti, ma privi di cittadinanza. Queste persone vennero private dei diritti politici, coloro che lavoravano nel settore pubblico vennero licenziati e vi furono discriminazioni anche nel settore privato. Con l’indipendenza inoltre, le lingue locali divennero le sole lingue ufficiali e per ottenere la cittadinanza tramite naturalizzazione divenne necessario superare un esame di lingua e cultura nazionale.

La città simbolo di questa situazione è Narva, nel Nord-Est dell’Estonia. Completamente rasa al suolo durante la guerra, venne ricostruita e ripopolata per diventare un grosso centro industriale. Oggi gli estoni in questa regione sono il 4%. Nel 1993 venne organizzato un referendum per l’indipendenza della regione, ma la Corte Costituzionale lo annullò: coloro che avevano votato non erano cittadini estoni. Nei primi anni d’indipendenza, molti russofoni emigrarono verso la Russia, mentre dopo l’adesione all’UE vi fu un’ampia ondata migratoria verso l’Europa Occidentale, che coinvolse tutta la popolazione, ma in misura maggiore i russi.

Oggi le relazioni interetniche sono ancora difficili. L’elettorato tende a essere diviso per appartenenza etnica più che per orientamento politico. Non esiste neanche un vero e proprio spazio pubblico comune: la comunità russofona tende a seguire esclusivamente i propri media. Uno dei temi caldi nelle discussioni è la memoria storica: nella comunità russa si tende a sottovalutare i crimini dell’URSS, mentre negli ambienti nazionalisti lettoni ed estoni c’è chi considera i collaborazionisti della Wehrmacht come eroi nazionali. Nel 2007 la decisione del comune di Tallinn di spostare un monumento all’Armata Rossa, dal centro alla periferia della città, provocò scontri violenti tra manifestanti russofoni e polizia. In seguito diverse istituzioni governative e banche estoni subirono attacchi cibernetici di origine incerta, che si sospetta siano stati messi in atto da qualche organizzazione nazionalista russa o dal Cremlino. 

Bisogna tuttavia riconoscere che nel corso degli ultimi due decenni la situazione è migliorata, grazie anche alle pressioni dell’UE e di altre istituzioni internazionali. Le naturalizzazioni sono aumentate, anche se molti hanno ottenuto la cittadinanza non per integrarsi nella società lettone o estone, ma per emigrare in Europa Occidentale. Recentemente, sia in Lettonia che in Estonia, le leggi sono state riformate e la cittadinanza viene concessa anche ai figli, nati dopo l’indipendenza, dei non cittadini. Il cammino verso l’integrazione delle minoranze è ancora lungo, ma la direzione è quella giusta. 

Nella foto il monumento ai fucilieri lettoni a Riga. Sullo sfondo il Museo dell’occupazione e il duomo luterano. Il museo ripercorre la storia lettone dal 1940 al 1991 ed è stato oggetto di critiche da parte russa per aver equiparato l’occupazione nazista a quella sovietica (photo: Giuseppe Passanante).

L' Autore - Giuseppe F. Passanante

Ho studiato lingue alla Ca' Foscari (triennale) e relazioni internazionali a Torino (magistrale), per poi ottenere un master alla sede di Varsavia del Collège d'Europe dove ho approfondito temi come la Politica Europea di Vicinato, le relazioni UE-Russia e le politiche di allargamento. Attualmente vivo in Polonia, a Breslavia, e lavoro in una multinazionale. Le aree geografiche di mio interesse sono l'Europa Centrale, i Balcani, la Turchia e lo spazio post-sovietico.

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One comment

  1. Vorrei sapere se un cittadino “non lettone” di 19 anni attualmente residente in Italia con la madre può ricevere la cittadinanza Lettone e quali sono le procedure per poterla ottenere.
    Grazie

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