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L’integrazione europea: oltre il “muretto” di Gorizia

di Luca De Poli

Gli annali storici del 1989 parlano di un’Europa in cui le varie cortine di ferro si sgretolano come ghiaccio al sole. S’inizia in Ungheria per poi arrivare al simbolo di quelle picconate, Berlino e il suo muro. E’ il 9 novembre 1989 e le prime Trabant bicilindriche a due tempi lasciano il confine della DDR, sommerse di valigie piene di una vita. Devono però passare ancora quindici anni prima che l’ultimo piccolo tratto di questa cortina di ferro si sciolga del tutto. Il 1 maggio 2004 la Slovenia entra in Europa, ma i riflettori italiani e in gran parte anche quelli europei sono simbolicamente rivolti verso una città italiana, Gorizia.

“Santa, Maledetta, Italianissima, Slava, Delizia, Inferno, Città delle rose, Corona di spine. L’hanno definita in tutti i modi. Ma che cos’è veramente Gorizia tagliata per più di un mezzo secolo da un confine assurdo […]? Che cos’è questo luogo-simbolo conquistato nella Grande Guerra a prezzo di sofferenze bestiali e stranamente sparito dalla memoria degli italiani? Quali frontiere mentali conserva […]?” Questo ci e si chiede lo scrittore Paolo Rumiz alla vigilia dell’evento.

Anche infatti nell’italianissima Gorizia c’è ancora un muro che divide la città isontina da quella “Nova” Gorica, prima titina, poi slovena e, dal 1 maggio 2004, europea. In realtà, come descrive con precisione il giornalista Marzio Breda, “lo hanno sempre chiamato «il muretto». Forse perché i 50 centimetri di cemento sovrastati da un metro e mezzo di reticolato non danno certo l’idea dolorosa della barriera che spezzava Berlino. Eppure, a parte lo sdrammatizzante diminutivo, questo è l’ultimo diaframma rimasto dopo la guerra fredda in Europa”.

Lo stesso autore, così come l’allora Presidente della Commissione Europea Romano Prodi, che partecipa alla festa in veste di “picconatore”, parlano di ferite ancora aperte da ambo le parti, che non devono essere dimenticate, ma sanate. Un’operazione non da poco tenendo conto che parole come “foibe”, “esodi forzati”, spaventano ancora molto, urtando sensibilità e riavviando la macchina dei ricordi più tristi, con il rischio di revisionismi e oblii.

Nel libro “Naufraghi della Pace – Il 1945, i profughi e le memorie divise d’Europa” (a cura di Guido Crainz, Raoul Pupo e Silvia Salvatici, Donzelli Editori, Roma, 2008, pag. 191) si può leggere come: “già in sé l’idea di una «memoria condivisa» può suscitare fondate obiezioni: rischia di costringere in un ambito univoco diversità innegabili, che possono interagire e comprendersi solo in un lungo percorso. Una connotazione nazionale di essa – l’idea cioè di una «memoria nazionale condivisa» – appare ancor più discutibile; rischia di rendere più difficile un confronto fecondo fre le differenti memorie europee. […]. Una eredità storica di conflitto non può trovare forme di superamento se vengono riproposti in modo unilaterale i «moduli della memoria» delle differenti comunità nazionali. Ove non si inverta questa consolidata tendenza rischia di avere ragione chi considera più realistica un’Europa costruita in modo privilegiato su strutture politiche ed economiche, lasciando che le diverse culture e le diverse memorie mantengano le chiusure del passato.”

E così anche l’Italia, anche Gorizia e la slovena Nova Gorica hanno compiuto un piccolo gesto, ma con un valore simbolico che nel contesto delle relazioni internazionali e di un’Europa sempre più attenta a fare gli europei, non ha prezzo.

Lo storico francese Claude Quétel nel suo ultimo libro parla di muri (Muri, Bollati Boringhieri, 2013), da quelli storici, come la Grande Muraglia in Cina, ai quelli più recenti che dividono in due le Coree, ai muri di Israele in Cisgiordania, a quello contro l’immigrazione clandestina tra gli Stati Uniti e il Messico e a tanti altri: ricordandoci come in Italia, in realtà, continuino ad esserci muri, come quello anticrimine, eretto recentemente a Padova, in Via Anelli. Certo, potremmo aggiungerne altri, tipo quelli delle zone residenziali che dividono e proteggono l’esclusività, ma, l’importante, è non fermarci a quanto l’Europa è riuscita a fare a Gorizia, e partire proprio da queste conquiste per abbattere, anche metaforicamente, tutte le barriere che non valorizzano le differenze, ma le dividono.

In foto: il confine fra Gorizia e Nova Gorica (Foto: Wikimedia Commons)

 

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