domenica , 18 febbraio 2018
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Merkel

Merkel, “a braccia aperte” nell’Europa dei confini

Il terrorismo che ha colpito Parigi, e quindi l’intero modello di vita occidentale, ha riportato al centro del dibattito europeo la questione, che pare quasi irrisolvibile, dei flussi migratori che interessano, ormai da lungo tempo, Balcani e Unione europea. La sempre più tesa situazione in Siria, ormai priva di una vera organizzazione statuale da più di due anni, e il prevalere dei movimenti xenofobi nell’Europa orientale hanno spinto la cancelliera Merkel ad avviare una politica di apertura rispetto ai rifugiati siriani che ha destato, sin da subito, dure polemiche nel vecchio Continente ed in Germania.

A Berlino una situazione politica complicatissima per la Merkel

E’ di questi giorni la notizia di un irrigidimento delle posizioni, sul tema migranti, all’interno del partito di maggioranza, la CDU, presieduto da Angela Merkel. Dopo che l’influente ministro dell’economia Schaeuble ha paragonato l’apertura tedesca verso i rifugiati siriani ad una slavina dalle conseguenze ancora incalcolabili, le opposizioni hanno rincarato la dose unendosi contro la politica, definita a “braccia aperte”, della cancelliera Merkel decisa più che mai, invece, a mostrare al mondo una Germania solidale e integrante.

La destra populista, supportata anche da diversi politici della Baviera, ha presentato una denuncia per alto tradimento nei confronti della Cancelliera accusata, a loro dire, di aver danneggiato lo Stato con una politica troppo aperta ai profughi siriani visti come elementi destabilizzanti in un sistema sociale complesso e variegato come quello tedesco.

Mentre il presidente federale Gauck mette in guardia la politica dagli effetti, pericolosi, di azioni e critiche troppo avventate, l’Ungheria di Orbàn non esclude la possibilità di ricorrere alla Corte di giustizia europea avverso il provvedimento della Commissione inerente la ripartizione dei migranti tra i Paesi membri.

Nonostante il clima teso nella maggioranza e nelle opposizioni, fatto salvo per le aperture della sinistra tedesca e del partito dei verdi, Angela Merkel continua a parlare di politica delle braccia aperte e di obbligo, in capo alla Repubblica federale, di ospitare coloro che fuggono dalla guerra civile siriana, per mostrare al mondo il volto amichevole della Germania. Questa politica si basa sostanzialmente su tre punti: affrontare le cause di fuga (e quindi assumere un ruolo di primo piano nelle trattative in corso a Vienna sul futuro della Siria), trasformare l’illegalità in legalità e quindi in migrazione (organizzando i flussi ed evitando estenuanti traversate ai profughi) e attuare politiche d’integrazione sociale e culturale (stanziando fondi per lo studio della lingua tedesca e per l’inserimento lavorativo dei siriani, spesso ben istruiti).

Non mancano, da più fonti le critiche, quasi complottistiche, ad una politica dell’accoglienza vista come mero atto di forma per migliorare l’immagine tedesca dinanzi all’opinione pubblica internazionale e utile soprattutto a “selezionare i migranti” escludendo quelli provenienti da zone più povere – è il caso dei profughi eritrei- e rispondendo alla crisi demografica di cui la Germania soffre ormai da qualche anno.

L’Europa, intanto, blinda i confini

Mentre a Berlino ci si divide sull’accoglienza ai migranti, l’Unione europea con i Paesi dell’est in prima linea blinda, dopo Parigi, le frontiere esterne. La notizia della decisione, ancora da ufficializzare, assunta in sede di Consiglio affari interni di imporre nuove e più dure verifiche di chi entra e chi esce dai confini dell’Unione e di schedare tutti i viaggi dei cittadini, anche all’interno dei confini di Schengen, sta facendo il giro del mondo.

Mentre si stenta, quindi, a trovare una linea comune da seguire in materia di sicurezza collettiva e immigrazione, in Siria come in Eritrea si continua a morire a causa di errate scelte del passato e di cattivi governanti. Il dibattito tedesco, quanto mai attuale, assieme ai contrasti tra Est ed Ovest dell’Unione sono la riprova che l’Europa dei popoli è ancora lontana tanto che la decisione finale pare spetti, oggi come sessant’anni fa, alle singole capitali dei 28 anziché a Bruxelles, tristemente al centro della cronaca europea non per il suo ruolo centrale di mediazione e soluzione ma per i problemi, tutti nazionali, legati al terrorismo islamista.

L' Autore - Francesco E. Celentano

Classe 89', dottorando di ricerca in diritto internazionale e dell'Unione europea presso l'Università di Bari. Mi occupo di disastri naturali e regioni polari dal punto di vista giuridico. Già tirocinante presso il Consolato statunitense a Napoli prima e presso l'Organizzazione marittima internazionale poi. Laureato in Giurisprudenza, ho scritto la mia tesi su Consiglio di sicurezza ONU e proliferazione nucleare nel corso di un periodo di ricerca presso l'Ufficio ONU di Ginevra. Appassionato, fin da piccolo, di geopolitica, mi sto specializzando nello studio delle relazioni esterne dell'Unione europea e dell'attività delle Nazioni Unite, con un'attenzione particolare all'area dell'Asia Pacifico. Orgogliosamente ex rappresentante degli studenti ed attuale segretario dell'Associazione dei laureati del mio Ateneo. Twitter: @cesco_cele

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