venerdì , 17 agosto 2018
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In foto, Pierre Moscovici durante la sua audizione al PE © European Commission, 2014

Moscovici: una mosca bianca nella nuova Commissione

Non c’è forse al mondo in questo momento una poltrona che scotti più di quella del Commissario agli Affari Economici e Monetari dell’UE: la lunga fase di trattativa tra gli Stati membri, al termine della quale la scelta è ricaduta sul francese Pierre Moscovici, è sintomatica dell’importanza del posto.

Il fatto è che l’eurozona non cresce quanto dovrebbe e versa in una situazione economica che diventa di mese in mese più preoccupante. Le attese dei cittadini sono andate disilluse e in questi anni è cresciuto un sano scetticismo, quando non un’aperta ostilità, verso le ricette economiche provenienti da Bruxelles. Tutti guardano al Commissario Moscovici come all’uomo ideale per mettere da parte le politiche di contrazione fiscale che hanno portato ad un peggioramento delle condizioni di vita di milioni di persone. È l’uomo giusto per mettere all’angolo la Cancelliera Angela Merkel?

Difficile dirlo, ma i primi segnali fanno supporre che il suo compito non sarà facile. Del resto, guardando alla biografia del personaggio, si capisce che le situazioni facili non gli piacciono. Nelle vene del neo-Commissario scorre un approccio sociale e culturale ai problemi: suo padre, Serge Moscovici, è uno dei decani della psicologia sociale europea e ha condotto studi fondamentali sull’influenzabilità delle masse da parte delle oligarchie dominanti. Il giovane Pierre, dopo aver preso un master in “Economia e filosofia” alla Sciences-Po di Parigi (lo stesso ateneo di Jean Paul Fitoussi, uno degli economisti di punta del fronte anti-austerità), si iscrisse a 26 anni alla Lega dei Giovani Comunisti. Ben presto, optò per una più moderata carriera all’interno del Partito Socialista: in pochi anni divenne un giovane promettente e noto per la serietà della sue analisi. Infine, dagli anni Novanta in poi, l’inizio della carriera europea: prima Ministro degli Affari Europei nel governo Jospin, poi l’ingresso al Parlamento Europeo e, infine, la recente ascesa a Ministro delle Finanze durante l’era Hollande.

Moscovici sarà la mosca bianca all’interno di una Commissione Juncker che, con tutta probabilità, si inserirà nel solco delle politiche della Commissione Barroso II: l’elezione di due Vice Presidenti allineati al rigorismo germanico, il suo predecessore finnico Jirky Katainen e il lettone Valdis Dombrovskis, con il primo che avrà un “diritto di veto” da opporre ad eventuali mosse troppo azzardate, non fa sperare in un deciso cambio di rotta.

La prima audizione all’Europarlamento, del resto, ha fatto intendere come Moscovici non intenda far sconti alla sua Francia (che, come noto, ha deciso di sforare il limite del 3% nel rapporto Deficit/Pil): nel discorso ha più volte sostenuto che non ci saranno parzialità e che la riduzione del deficit rimane una via maestra per ottenere una crescita prolungata nel medio periodo.

La sfida appare chiara: coniugare il rispetto dei parametri contabili con un innalzamento degli investimenti pubblici e privati nell’area euro. E’ possibile? La risposta in realtà è no: come hanno dimostrato ad esempio gli Stati Uniti – che a differenza dell’eurozona, sono un’area valutaria ottimale in cui esiste davvero un governo centrale e dei meccanismi di trasferimento tra Stati creditori e debitori – il deficit di bilancio può essere uno strumento valido per rilanciare l’economia nel breve periodo. Prova ne è il fatto che, mentre la disoccupazione nell’UE sfiora il 12%, negli Stati Uniti è scesa durante lo scorso trimestre addirittura sotto il 6%, sebbene negli Stati Uniti, come del resto in Europa, esista ormai una quota non trascurabile di persone scoraggiate che non cercano nemmeno più il lavoro e altre che sono obbligate al part-time involontario o ad altre forme di estrema precarietà: quindi tali dati vanno presi con le pinze.

Il compito del neo-Commissario francese dovrebbe quindi essere quello di porre le basi affinché l’eurozona divenga davvero un’area integrata economicamente, spingendo fin da subito su una forma di comunitarizzazione del debito pubblico e permettendo un rilassamento della disciplina fiscale che ha contribuito – assieme all’abbattimento del costo del petrolio – a spingere in deflazione Paesi come la Spagna e la Grecia, oltre che l’Italia (che è sull’orlo della deflazione).

In assenza di una tale svolta, la lodevole eccezione di Moscovici resterebbe, come si è detto in questi giorni, una “fetta di prosciutto francese all’interno di un panino tedesco”.

L' Autore - Giacomo Giglio

Laureato magistrale in Economia Internazionale, fin da giovanissima età ho avuto grande passione per la politica e l'economia. Critico con la visione classica dell'economia, mi occupo spesso di temi inerenti la crisi finanziaria e i travagli della zona Euro dopo lo scoppio della crisi 2008-09

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