domenica , 25 febbraio 2018
18comix

One-way ticket to. . . where?

«We are with Europe, but not of it». In una chiosa, Winston Churchill descrisse l’essenza  del rapporto tra il Regno Unito e il resto d’Europa, rimasto immutato nei secoli. Londra, condizionata dal proprio carattere insulare, ha sempre guardato al Vecchio Continente con un certo distacco, limitando il più possibile il proprio coinvolgimento: la splendid isolation del XIX secolo, i canali privilegiati con gli Stati Uniti e il Commonwealth, le battaglie di Margaret Thatcher, gli opt-out dai Trattati, sono tutti figli di una visione strettamente pragmatica dell’architettura europea. Nelle parole del primo ministro David Cameron, l’Unione rappresenta per gli inglesi «un mezzo, non un fine». Obiettivo ultimo è il conseguimento di benessere e prosperità economica, salvaguardando al contempo l’identità nazionale della terra d’Albione, osteggiando perciò qualsiasi cessione della sovranità in ottica federale.

Lo scoppio della crisi dell’Eurozona ha acuito queste divergenze, trascinando la situazione sull’orlo del baratro. La differenza di  vedute sul modo di superare la recessione ha esasperato le relazioni tra la Gran Bretagna e gli altri Stati membri e dato fiato alle istanze euroscettiche, non solo animate dalla tradizionale diffidenza verso l’asettica burocrazia di Bruxelles, ma anche della volontà di tagliare drasticamente (se non azzerare) i contributi al bilancio europeo e riappropriarsi delle quote di sovranità cedute. I sondaggi oggi mostrano come una percentuale compresa tra il 49 (Yougov) e il 56% (Opinium/Observer) dei cittadini britannici propenderebbe per l’uscita dall’Unione. A trarne giovamento è stato soprattutto lo United Kingdom Independence Party (UKIP), che ha guadagnato in rilevanza e ha costretto il partito di Cameron a giocare d’anticipo per togliere l’iniziativa alla piccola ma aggressiva formazione di estrema destra.

In questa cornice  Londra ha rifiutato di aderire al patto di bilancio europeo e ha mostrato un atteggiamento ostruzionistico nel già difficoltoso processo di negoziazione del Quadro Finanziario Pluriennale 2014-2020. Nell’attesissimo discorso pronunciato il 23 gennaio, il premier Cameron ha dichiarato la sua intenzione, in seguito ad un’eventuale vittoria dei Tories alle elezioni del 2015, di indire un referendum sulla permanenza britannica nell’UE. La proposta ha sollevato la perplessità delle cancellerie europee, che hanno immediatamente ribadito la necessità per l’Europa di rimanere unita, senza mettere in discussione la membership del Regno Unito.

Quali sarebbero, però, le conseguenze di una Brexit? Sul versante economico, Londra risparmierebbe immediatamente 8 miliardi di sterline (poco più di 9 miliardi di euro – dati del Tesoro britannico) in contributi al bilancio europeo. L’uscita dal mercato unico le consentirebbe di riacquistare autonomia decisionale in settori come la normativa sul lavoro (e alzare il tetto delle 48 ore settimanali lavorative), in materia di energia verde o in ambito finanziario (ad esempio imponendosi come piazza off-shore per i flussi di capitale provenienti dalle economie emergenti). Inoltre, i benefici commerciali per cui il Regno Unito aderì alla Comunità Europea nel 1973 sono oggi molto mitigati dai concordati sulle riduzioni tariffarie in sede GATT e WTO. Tuttavia, non mancherebbero aspetti negativi: le barriere tariffarie in alcuni settori fondamentali (agroalimentare, tessile) o strategici (aerospaziale) rimangono rilevanti e inficerebbero la capacità operativa in un mercato enorme come quello dei “Ventisei”, mentre i 2,7 miliardi di sterline (3 mld di euro) annui di contributi al settore agricolo, un gruppo di interesse piuttosto ostico, costituirebbero un’indesiderabile spina del fianco degli inquilini venturi di Downing Street.

Per quanto riguarda il fronte delle relazioni internazionali, una tale evenienza rappresenterebbe un enorme danno per ambo le parti: l’UE subirebbe un pericoloso calo di autorevolezza sulla scena internazionale, probabilmente suscitando una reazione tutt’altro che soddisfatta nel proprio partner principale, gli Stati Uniti. Londra si scoprirebbe improvvisamente il fantasma di quello che fu nei due secoli precedenti, incapace di rivestire qualsivoglia influenza in un mondo che vede il tramonto dell’egemonia statunitense e l’ingresso in scena di nuovi attori, le cui priorità non coinvolgono di certo la rinegoziazione di tutta una serie di trattati con un’ex-potenza coloniale.

È chiaro che la situazione non può essere ignorata e che, se la strada delle riforme e di una maggiore integrazione europea è necessaria, la perdita di un membro importante come il Regno Unito potrebbe rappresentare “una scommessa incosciente”. Cameron ha avuto il merito di indicare l’elefante nella stanza e di aver chiarito di voler lavorare per il raggiungimento di un accordo che eviti l’uscita di Londra dall’Unione. Resta da vedere se, posti davanti alla scelta politica, i cittadini britannici avranno la lucidità e le informazioni necessarie per compiere una scelta destinata a condizionare la storia europea per gli anni  a venire.

L' Autore - Giorgio Cammareri

Classe 1990, sono laureato in Studi Internazionali, dello Sviluppo e della Cooperazione all'Università degli Studi di Torino. Membro del Movimento Studentesco per l'Organizzazione Internazionale (M.S.O.I. Torino) e collaboratore presso il sito di informazione Quattrogatti.info, attualmente frequento il primo anno del corso di laurea magistrale in Scienze Internazionali all'Università di Torino.

Check Also

aborto

Aborto, a maggio il referendum “tabù” in Irlanda

Il popolo irlandese a maggio sarà chiamato alle urne per scegliere se abolire la severa …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *