martedì , 20 febbraio 2018
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Photo © Alisdare Hickson, 2016, www.flickr.com

Orlando: una strage che fa meno “rumore”

Era “Latino Flavor” il nome della serata organizzata al Pulse, locale di Orlando (Florida), sabato 11 giugno. Nel night club, circa 320 persone stanno ballando a tempo di musica latino-americana quando, verso le 2.02 iniziano a esplodere i primi spari. Quel che segue è una cadenza di eventi già narrata in altre occasioni: il panico, i tentativi di fuga, le raffiche di colpi d’attacco e quelle di risposta da parte della security, infine l’asserragliamento con gli ostaggi all’interno del locale.

Livelli di shock diversi

Nei concitati momenti iniziali, l’autore dell’attacco chiama la polizia locale e dichiara la propria affiliazione all’ISIS, facendo riferimento anche agli attentati di Boston. Verso le 5 della mattina, infine, la polizia riesce a fare irruzione nel locale, annientare l’uomo responsabile dell’attacco (Omar Mateen) e trarre in salvo i superstiti. Le vittime sono 50, oltre 52 i feriti: la strage diviene così la più grande sparatoria della storia statunitense.

Questa la sintesi della tragedia, che conduce i più a ripercorrere mentalmente le vicende del Bataclan di Parigi, nel novembre scorso. Proprio da questo riferimento, operato massivamente dalla stampa europea, emergono spontanee alcune considerazioni. Vi è innanzitutto la riflessione circa il maggior shock dell’opinione pubblica quando un attacco di questo tipo viene sferrato in un Paese occidentale. Constatazione banale quanto abusata, per certi punti di vista.

La seconda considerazione deriva dalla prima: la stampa italiana, come quelle ungherese, polacca, irlandese e bulgara hanno confinato la notizia della strage di Orlando a sparuti trafiletti di cronaca internazionale. Lo scarso interesse non può venir motivato dal numero delle vittime: a Bruxelles, a nel marzo scorso, le vittime furono “solo” 32. Eppure, il clamore mediatico degli attacchi fu molto più assordante. Per provare a comprendere il perché, occorrerebbe quindi ritornare alle prime righe e aggiungere un inciso: il Pulse Club di Orlando è un “Gay Bar”.

Gay e donazioni

L’omofobia torna dunque prepotentemente alla ribalta accomunando non solo alcuni Paesi europei, ma la stessa Florida. La Food and Drug Administration (FDA), agenzia statunitense che tutela la salute e monitora il settore farmacologico, nel 1983 pose un divieto federale alla donazione di sangue da parte di persone omosessuali. O meglio, discriminazione nella discriminazione, esclusivamente per i “men who have had sex with other men” (MSM). La ratio era quella di contenere la diffusione dell’HIV e pertanto, al lordo delle ricerche scientifiche e del pregiudizio, tanto bastava a impedire il dilagare del virus.

Nel 2015 il divieto è stato in parte mitigato: a non poter donare rimangono i MSM che non possano provare di non aver avuto rapporti sessuali nei precedenti 12 mesi. Nonostante i primi casi comprovati di trasmissione del virus tra donne omosessuali, il divieto rimane valido esclusivamente per gli uomini. Alle valutazioni al netto dei pregiudizi, quindi, non si è ancora giunti.

Il “sangue dei gay”

Da qui il dramma nel dramma: a distanza di poche ore dalla strage di Orlando, l’associazione OneBlood ha emanato un appello ai donatori di sangue della Florida, al fine di aiutare i 52 feriti del Pulse. L’appello è stato frainteso e numerosi membri della comunità LGBTQ locale si sono visti rifiutare la propria offerta d’aiuto. John Paul Bramme, attivista di lungo corso per i diritti civili in Florida, ha definito “un oltraggio che il nostro sangue possa essere versato, ma non donato”. La proprietaria del Pulse, Barbara Poma, nel mentre, ha oscurato il sito del locale, lasciando solo un messaggio di cordoglio nel quale ricorda come il club sia stato per 15 anni un “luogo di amore e accettazione per la comunità LGBTQ.

In questa strage non è solamente l’omofobia a dover fare notizia. Si tratta anche dell’omofobia veicolata da una concezione antilibertaria, veicolata dai fedeli dell’ISIS. Infatti, oltre alle dichiarazioni di Omar Mateen, è giunta, a mezzo dell’Amaq (agenzia di stampa del Califfato) la rivendicazione dell’attentato. Discriminazione, non-inclusione sociale e instabilità mentale sono gli ingredienti che le autorità statunitensi annoverano come cause dell’attacco. I medesimi fattori che, se considerati sotto un’altra luce, hanno probabilmente contribuito a determinare il disinteresse diffuso per questa strage che, a differenza di altre del tutto analoghe, pare appartenere soltanto agli ultimi degli ultimi, a una lotta tra minoranze in secondo piano.

L' Autore - Tullia Penna

Dottoranda in Bioetica (Visiting à Sciences Po Paris; Giurisprudenza UniTo; presso la stessa: Laura Magistrale a ciclo unico in Giurisprudenza e Certificato di Alta Qualificazione della Scuola di Studi Superiori Ferdinando Rossi - SSST). Ex tutor e rappresentante degli studenti della SSST. Mi occupo di principalmente di questioni relative all’inizio e gravidanza surrogata. Appassionata di tematiche trasversali, mi interesso di diritti civili ed evoluzione delle istituzioni democratiche. Nel tempo libero sviluppo le mie abilità di fotografa e viaggiatrice.

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