martedì , 14 agosto 2018
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Parlamento Europeo a lezione di educazione (anche sessuale)

Scene da stadio durante la sessione plenaria di martedì 22. Sarà anche perché il voto avveniva subito dopo un momento di altissimo livello, ovvero l’assegnazione del Premio Sakharov ad Aung San Suu Kyi, ma l’immagine che il Parlamento Europeo ha lasciato è certamente deludente, se non per le idee che ne sono uscite, che potrebbero anche essere condivise, sicuramente per il comportamento.

Al voto vi era la mozione di risoluzione per i diritti della salute sessuale e riproduttiva portata avanti dalla Commissione parlamentare FEMM, volta a chiedere agli Stati membri misure come la legalizzazione dell’aborto, l’obbligo di educazione sessuale, l’accesso alla fecondazione assistita anche a donne single e lesbiche, una migliore raccolta dati e diffusione di informazioni sulle malattie sessualmente trasmissibili.

È evidente che anche a livello europeo, quando si parla di educazione sessuale, aborto e fecondazione assistita i tabù sono ancora tanti. Innanzitutto per le notevoli differenze tra Stati membri. Prendendo ad esempio l’aborto, in venti Stati membri è legale, negli altri sette è ristretto (molto ristretto in Irlanda, Polonia e Lussemburgo) e in uno stato (Malta) è illegale in ogni circostanza. Il risultato di queste legislazioni non è né l’aumento del tasso di natalità né la preservazione della vita (il tasso di mortalità delle madri in Lussemburgo ad esempio resta al di sopra della media europea), ma piuttosto la creazione di cittadine di serie A e serie B. Coloro che ne hanno la possibilità vanno all’estero per abortire, mentre chi non può permetterselo è costretto ad affidarsi all’aborto illegale.

Questo non è un problema che tocca solo le donne dei Paesi dove l’aborto è illegale o comunque ristretto a casi eccezionali, come stupro o grave pericolo di vita per la madre, e vi sono altri metodi attraverso cui l’aborto può essere impedito. In Slovacchia, Ungheria, Romania, Polonia e Italia vi sono casi in cui il 70% dei ginecologi e il 40% degli anestesisti è obiettore di coscienza, casi che fanno pensare, più che ad una scelta individuale, ad una politica collettiva e sospetta. Vi è la volontà di far passare il concetto che l’aborto sia un metodo di contraccezione e di controllo delle nascite, piuttosto che una scelta sofferta che una donna si porterà dentro tutta la vita. Se si vuole davvero aiutare la vita dei nascituri, piuttosto che alzare barriere contro l’aborto, è bene che i governi si occupino più di educazione sessuale, insegnando quali sono i metodi contraccettivi, cosa sono le malattie sessualmente trasmissibili ed evitare di stigmatizzare coloro che ne sono affetti perché la colpa sta anche nella disinformazione che alcuni Stati hanno deciso di intraprendere. Allo stesso tempo i governi dovrebbero tutelare le madri, aiutandole a coniugare vita familiare e vita professionale, ad esempio creando più servizi per l’infanzia e di assistenza ed evitando che la maternità nel mondo del lavoro diventi un fattore discriminante.

Così è andata in aula: ancora prima del voto gli animi erano caldi, con Alexander Lamsdorff che denuncia suggerimenti di voto e Ashely Fox che chiede alla presidenza di prendere in considerazione l’opportunità di rimandare la risoluzione al riesame della Commissione. La presidenza decide di continuare con il voto e qui nasce la bagarre. Alcuni europarlamentari accusano la presidenza di non averli ascoltati nella loro richiesta di rinvio, altri vogliono continuare con il voto perché ormai si è iniziato. Alla fine, dopo fischi, urla e finalmente una formale richiesta, la presidenza mette al voto il rinvio della mozione in commissione che passa con una limitata maggioranza. Chi festeggia, chi è indignato. Tra questi ultimi, la rapporteur della Commissione FEMM, Edite Estrela, la quale denuncia l’atteggiamento irrispettoso dei suoi colleghi che, rifiutando di seguire il parere della Commissione specializzata, inficiano l’immagine del Parlamento Europeo agli occhi della cittadinanza. Il riesame della risoluzione, infatti, risulta ridondante dal momento che la Commissione FEMM l’aveva votata a larga maggioranza (17 favorevoli, 7 contrari e 7 astenuti).

Ma forse un risultato simile c’era da aspettarselo dal momento che la stessa proposta ‘Health for Growth Programme 2014-2020’ è silenziosa riguardo ai diritti di salute sessuali e riproduttivi e che l’UE non è stata in grado di avere una posizione comune per inserire tali diritti nel documento finale ONU, Rio+20.

In foto, la relatrice della mozione Edite Estrela (© European Union – EP 2013)

L' Autore - Valentina Ferrara

Vice-direttore - Laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche con una tesi in Storia dell'Integrazione Europea dal titolo "Unione Europea e discriminazioni". Ho sempre avuto la passione per il giornalismo, per il mondo della comunicazione e per l'Unione Europea, per questo non ho avuto alcun dubbio a partecipare alla creazione di Europae, la fonte d'informazione che sono sempre andata cercando.

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