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Un sorridente Macron al suo primo Consiglio europeo © European Union

Dal populismo al sollievo post-Macron: l’Europa è viva, ma rischia ancora

Il sistema mediatico ci ha abituato a una schizofrenia di fondo: i titoli urlati, le facce stravolte dei conduttori, la ricerca immediata dell’applauso sono dinamiche ormai assodate anche nell’analisi politica. Tuttavia, raramente si è assistito a un coup-de-theatre simile a quanto avvenuto tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017: in pochi mesi, le colonne dei giornali sono passate dal terrore dell’avanzata dei “populisti” al lieto sollievo per il prevalere delle forze europeiste simboleggiate da Macron.

Sono tutti impazziti? La risposta, forse, è sì. Il problema di fondo è, ancora una volta, in un’analisi raffazzonata della realtà, poco supportata da elementi reali. Prendiamo i due casi classici di vittoria del “populismo”: Brexit e Trump. Nel primo caso, come ricordiamo, la vittoria del Leave fu ottenuta di stretta misura (52 a 48) e solo in virtù di un’elevata astensione dell’elettorato giovanile britannico; nel secondo caso, come noto, il tycoon americano perse la votazione per quanto riguarda il voto popolare (di ben 3 milioni di schede).

Questi semplici fatti dovrebbero quindi consigliarci circa un’evidenza: le società occidentali sono parecchio frammentate e le forze “populiste” (o sovraniste) non hanno mai rappresentato una maggioranza palpabile, pur avendo indubbiamente vissuto – e vivendo ancora – una fase ascendente.

Fenomenologia del voto in Europa

Se inquadriamo la vicenda da questa prospettiva, anche le elezioni presidenziali francesi si rivelano tutt’altro che quel trionfo napoleonico di Macron: egli, indubbiamente, ha approfittato al meglio della flessione dei partiti tradizionali e ha saputo creare un’immagine molto conturbante per una quantità notevole di elettori. Tuttavia, urge ricordare un fatto: Marine Le Pen, in tutti i sondaggi, fin dai tempi in cui si parlava di Alain Juppè come suo più probabile avversario al ballottaggio, non ha mai scorto la minima speranza di vittoria.

Legittimo che qualcuno si aspettasse di più, ma il 33% ottenuto da Marine Le Pen è un risultato totalmente in linea con le previsioni, e di circa 16 punti maggiore al risultato di cui fu protagonista suo padre Jean Marie nel lontano 2002. Se poi si considerano altri due fattori – il risultato notevole di Melenchon al primo turno e l’astensione altissima tanto al ballottaggio presidenziale quanto alle legislative – allora possiamo definire quantomeno parossistiche le celebrazioni di giubilo che hanno accolto il neo-eletto inquilino dell’Eliseo. E, soprattutto, si può etichettare come esagerato il “trionfo” dell’europeismo in Francia.

Mettiamo poi in fila una serie di eventi di questo 2017: in Austria Norbert Hofer nel giro di pochi mesi è arrivato al ballottaggio presidenziale (contro il vincitore Van Der Bellen) per due volte e ha ottenuto rispettivamente il 49 % e il 46%, cioè i risultati più elevati per l’estrema destra austriaca dai tempi di Haider; Geert Wilders ha ottenuto circa il 20% dei voti e ha aumentato la sua pattuglia parlamentare in Olanda; infine, la Brexit in Gran Bretagna procede e gli unici partiti realmente europeisti (Libdem e Partito Nazionalista Scozzese) hanno ottenuto risultati non esaltanti alle recenti elezioni politiche dell’8 giugno.

Dopo il populismo, vecchie sfide all’orizzonte

Tutto ciò ci consegna un panorama da “Atene piange, ma Sparta non ride”: le forze filo-europee non sono certo in minoranza e hanno ottenuto una vittoria rinfrancante grazie a Macron, ma di certo non attraversano una fase storica positiva; le forze anti-europee, dal canto loro, hanno fallito l’assalto al cielo (del resto molto improbabile, sia nel caso francese che in quello olandese) ma sono comunque riuscite a innalzare i propri consensi e a conquistare importanti ballottaggi tanto a Parigi quanto a Vienna.

Ancora una volta, saranno i dossier più scottanti a decidere il futuro dell’Unione Europea: a partire dall’impasse greca, passando per la questione annosa dell’assegnazione dei profughi, non dimenticando ovviamente le difficoltà dei sistemi bancari nei paesi del Sud Europa (si ricordi il fallimento repentino del Banco Popular in Spagna e le difficoltà croniche delle banche venete in Italia).

L' Autore - Giacomo Giglio

Laureato magistrale in Economia Internazionale, fin da giovanissima età ho avuto grande passione per la politica e l'economia. Critico con la visione classica dell'economia, mi occupo spesso di temi inerenti la crisi finanziaria e i travagli della zona Euro dopo lo scoppio della crisi 2008-09

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