giovedì , 16 agosto 2018
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Photo © European People's Party, 2012, www.flickr.com

Portogallo, l’esito del voto: sarà coalizione?

Il Portogallo non cambia: le elezioni di domenica hanno premiato Portugal à Frente, la coalizione di centrodestra al governo, formata dal Partito Socialdemocratico e dal Centro Socialdemocratico/Partito Popolare. Nei prossimi giorni il Presidente della Repubblica, Cavaco Silva, consegnerà quasi sicuramente al premier uscente Passos Coelho l’incarico per la formazione di un nuovo governo.

I risultati

La prudenza è d’obbligo. Per quanto la coalizione sia senza dubbio la forza politica vincitrice, il 38,6% ottenuto non le consente di avere una maggioranza parlamentare: in tutto può contare su 104 deputati, rispetto ai 113 necessari per la maggioranza assoluta. Alle sue spalle il Partito Socialista ha raccolto il 32% dei voti (85 deputati), risultato non certo soddisfacente, mentre è forte l’affermazione dei partiti di sinistra, con la coalizione Partito Comunista Portoghese/Partito Verde quasi al 9% e il Blocco di Sinistra al sorprendente 10% (19 deputati).

Vista la composizione del nuovo parlamento, quindi, le alternative sono due, tertium non datur: governo di minoranza o grande coalizione con lo sconfitto Partito Socialista. La prima, già sperimentata dal Portogallo nell’ultimo governo socialista guidato da Socrates, non è certo una forma gradita da nessuno né per stabilità né per memoria storica: fu proprio il governo di Socrates (poi finito in manette per vari scandali) a firmare nel 2011 il piano di salvataggio da 78 miliardi di euro con la Troika, costringendo il Paese a quattro anni di tagli e riforme severe che hanno creato forti problemi sociali. La seconda alternativa, malgrado abbia rappresentato uno spauracchio per i due contendenti principali durante la campagna elettorale, potrebbe essere un’alternativa maggiormente praticabile, viste anche le dichiarazioni post-voto di Passos Coelho.

La campagna elettorale

Le politiche di austerità, e quindi il sentiero stretto delle riforme, spesso necessarie, richieste dai creditori internazionali, hanno rappresentato sicuramente l’elemento centrale della campagna elettorale:  i partiti al governo hanno insistito fortemente sulla necessità di dare continuità politica al Paese, mentre il Partito Socialista ha criticato le politiche economiche di questi ultimi quattro anni («dobbiamo voltare la pagina dell’austerità per rilanciare l’economia», aveva dichiarato il candidato premier António Costa).

Detto ciò, i programmi elettorali dei due contendenti principali variavano quel poco necessario per fare pensare a un’alternativa: è in realtà chiaro a entrambi che le strade dell’economia rimangono strette e spesso obbligate, vista la necessità di ridurre il deficit (ancora eccessivo secondo il Country Report della Commissione Europea) e il debito pubblico, quest’anno superiore al 120% del PIL nazionale. L’economia portoghese è infatti ancora sotto la lente d’ingrandimento dei creditori internazionali: tecnicamente Lisbona si trova nella cosiddetta Post-programme surveillance, operazione di monitoraggio conseguente al piano di aiuti fornito dalla Troika nel triennio 2011-2014.

Quanto ai partiti minori, sia il Partito Comunista che il Blocco di Sinistra hanno fatto una campagna elettorale fortemente critica nei confronti dei due partiti principali, colpevoli di aver prima firmato poi implementato le misure richieste dalla Troika. Entrambi hanno chiuso la porta a un eventuale governo di coalizione con il Partito Socialista (la leader del Blocco, Catarina Martins, aveva dichiarato che «se il Partito Socialista vuole un governo di destra, lo faccia con i partiti di destra»): il calcolo matematico che vorrebbe possibile una maggioranza di centro-sinistra (si sommerebbero 121 deputati) rimane quindi whisful thinking, anche secondo il quotidiano portoghese Público.

Un futuro (in ogni caso) incerto

Una cosa è certa: qualsiasi governo verrà formato nei prossimi giorni, non si troverà di fronte una situazione facile da affrontare. Il Portogallo sembra investito da un’ondata di rassegnazione che va ben oltre il carattere tradizionale di melanconia e saudade e ballate di fado: ne è un chiaro segnale l’affluenza di poco superiore al 50% (meglio del 2011, ma non consola) e, in parte, anche la mancata affermazione di partiti antisistema (più o meno populisti) che hanno ultimamente caratterizzato le tornate elettorali europee.

Nonostante timidi segnali di crescita del PIL (+1,6% quest’anno) e una disoccupazione in lieve calo (13,4% nel 2015) la fiducia dei portoghesi verso il proprio Paese sembra aver raggiunto il minimo storico. Esemplare in tal senso è l’analisi del numero di persone pronte a lasciare (o che hanno già lasciato) il Paese a causa della disoccupazione, o della mancanza di prospettive: dal 2011 sono ben 485.128 persone ad aver abbandonato il Portogallo. Di queste, più della metà ha meno di 34 anni.

L' Autore - Daniele Marchi

Studente presso l'Università di Torino, laureato a Trento in Studi Internazionali con una tesi su Alexander Langer ed il suo progetto per un corpo civile di pace europeo. Sono volontario di Operazione Colomba, corpo nonviolento di pace, con cui ho partecipato al progetto in Colombia, presso la Comunità di Pace di San Josè de Apartadò. Mi occupo di risoluzione pacifica dei conflitti, confidando che un giorno l'Unione Europea diventi potenza di pace.

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