lunedì , 19 febbraio 2018
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Presidenza della Commissione: le fatiche di Juncker

Con lo slogan “Questa volta è diverso. Scegli chi guiderà l’Europa” il Parlamento Europeo ha cercato di solleticare l’interesse di 400 milioni di elettori sparsi in ventotto Paesi. L’operazione era già ambiziosa di per sé, al punto che un’affluenza alle urne pari soltanto al 43,09% degli aventi diritto è da ritenersi una non sconfitta.

A rivelarsi illusoria è stata la convinzione che la possibilità – per la prima volta – di scegliere, attraverso le elezioni per il Parlamento, anche il prossimo Presidente della Commissione potesse mobilitare l’opinione pubblica europea. I dibattiti tra i cinque Spitzenkandidaten (candidati leader) hanno senza dubbio il merito di aver elettrizzato gli abitanti dell’eurobolla brussellese, ma non sono riusciti ad entusiasmare i non addetti ai lavori.

A due settimane dalle elezioni, molti sono ancora i punti interrogativi, ma un elemento è già emerso chiaramente: la competizione tra i candidati alla Presidenza non era altro che l’ennesimo gioco di potere tra Parlamento e Consiglio, sublimato in una contesa ideale tra le ragioni della svolta in senso democratico delle istituzioni europee e gli interessi campanilistici dei singoli Stati membri. In realtà, presentare queste elezioni europee come quelle della svolta per il futuro dell’UE si sta rivelando, almeno per ora, una temibile arma a doppio taglio.

Dalle urne è emerso un risultato chiaro: è stato il Partito Popolare europeo (PPE) ad affermarsi come primo partito, nonostante una perdita secca di circa 60 seggi rispetto al 2009. Stando alle regole, ora il candidato del PPE Jean-Claude Juncker avrebbe quindi tutto il diritto di reclamare per sé la presidenza della Commissione. Peccato che a complicare i giochi sia intervenuto il premier britannico David Cameron, che ha espresso fin da subito la sua forte opposizione alla nomina dell’ex Primo Ministro lussemburghese, considerato troppo federalista oltre che “un simbolo della vecchia Europa”.

Quello di Cameron non è tecnicamente un veto, visto che il Trattato di Lisbona prevede che il Consiglio scelga il candidato alla presidenza della Commissione con maggioranza qualificata (e non più all’unanimità). Ma si tratta comunque di un ricatto che mette Bruxelles in una posizione decisamente scomoda: Cameron ha infatti dichiarato che la nomina di Juncker alla presidenza darebbe una spinta decisiva all’uscita della Gran Bretagna dell’UE. Ben sapendo che non potrà esercitare il potere di veto, il Primo Ministro sta cercando di formare una minoranza critica di Stati membri capace da bloccare la nomina di Juncker, prevista per il Consiglio Europeo del 26-27 giugno. In questo senso, decisivo sarà l’incontro di oggi tra lo stesso Cameron e Angela Merkel, al quale parteciperanno anche il premier svedese Reinfeldt e quello olandese Rutte.

All’indomani delle elezioni, l’ex premier lussemburghese è stato bersagliato anche da fuoco amico: l’endorsement di Angela Merkel, che pure appartiene allo stesso gruppo politico, è infatti arrivato solo il 30 maggio. Decisiva in questo senso è stata la mobilitazione della stampa tedesca, che non ha esitato a definire l’aut-aut britannico uno scandalo. In un editoriale, lo Spiegel ha ribadito con forza che l’UE non può farsi tenere in ostaggio dal Regno Unito e venir meno alla promessa fatta ai cittadini europei prima delle elezioni. Se ad essere nominato (o nominata) Presidente della Commissione sarà un candidato esterno e non il candidato leader del partito che ha ottenuto più voti, sarà la stessa UE ad affossare definitivamente la sua credibilità.

A scanso di equivoci, Christine Lagarde – la candidata esterna più quotata per ricoprire il top job dell’UE – ha messo in chiaro di non aver alcuna intenzione di lasciare il Fondo Monetario Internazionale per la Commissione Europea. L’Economist dovrà farsene una ragione. Nello scontro indiretto tra Cameron e Merkel, a svolgere il ruolo di mediatore potrebbe essere proprio Matteo Renzi che, forte del fatto che il semestre di presidenza italiana del Consiglio UE è ormai alle porte, a margine del G7 ha insistito sull’importanza di discutere prima i programmi, poi i candidati, aggiungendo che “nessuno può emettere diktat, né le forze politiche del Parlamento Europeo, né i governi dell’UE, né altri”.

Per Juncker, la strada verso il Consiglio europeo del 26-27 giugno si fa sempre più in salita. Determinante, come al solito, sarà la posizione della Germania: Angela Merkel confermerà il suo sostegno a Juncker o cederà al ricatto di Cameron? Se la posta in gioco è l’uscita del Regno Unito dall’UE, la domanda rischia di sembrare retorica.

 In foto, Jean-Claude Juncker e Angela Merkel © European Union, 2014

L' Autore - Stefania Bonacini

Responsabile politiche regionali e industriali - Ho conseguito la laurea magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna, con una tesi in inglese dal titolo: "Dynamics of Transition in Egypt: the Role of the EU". Dopo aver lavorato un anno a Bruxelles, mi sono trasferita di nuovo in Italia. Mi occupo principalmente di comunicazione.

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