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Photo © Vladimir Varfolomeev, 2008, www.flickr.com

Putin e il terrorismo islamico: il nodo Cecenia

“L’epoca in cui i genitori non rispondevano delle malefatte dei loro figli è finita”. Queste le parole del leader ceceno Ramzan Kadyrov dopo l’attentato del 4 dicembre scorso, che aveva portato all’uccisione di 14 uomini delle forze di sicurezza cecene, oltre che dei 10 attentatori. Dichiarazione accompagnata dall’annuncio che le famiglie dei sospetti terroristi sarebbero state espulse dalla Cecenia e le loro case bruciate. Una dichiarazione seguita dai fatti. Nei giorni successivi all’attentato, numerose case sono state date alle fiamme da uomini mascherati, soprattutto nel villaggio di Yandi e ad Urus-Martan (sud di Grozny), ritenute roccaforti terroriste. Secondo le autorità cecene l’attacco del 4 dicembre era capeggiato da Aslan Byutukayev (conosciuto come l’Emiro Khamzat), fedele al nuovo leader dell’Emirato del Caucaso, Abu Muhammad.

Alle dichiarazioni ed ai roghi sono però seguite anche le proteste. Soprattutto da parte di una ONG russa impegnata per i diritti civili e contro la tortura, il cui leader, Igor Kalyapan, ha accusato Kadyrov di violare le norme internazionali e le leggi federali russe che delegherebbero proprio al Procuratore Generale russo (e non alle autorità cecene) le indagini in materia di anti-terrorismo e che non prevedrebbero misure extra-giudiziali come quelle in atto. Risultato? Anche la sede cecena dell’ONG è stata data alle fiamme da “ignoti” mascherati, il 13 dicembre. Kadyrov ha invece accusato Kalyapan di spalleggiare i terroristi.

Cecenia, l’imbarazzo di Putin

La situazione ha messo in imbarazzo anche Putin, quando il 18 dicembre la nota giornalista Ksenija Sobchak, durante una conferenza stampa dello “Zar”, gli ha chiesto se all’interno della Federazione Russa ci fosse qualcuno autorizzato a violare le leggi federali, facendo esplicito riferimento a Kadyrov. Chiara la risposta di Putin che, pur concedendo delle attenuanti (“Kadyrov ha ragione, i parenti dei terroristi non possono non sapere”), ha affermato che nessuno è autorizzato a violare la Costituzione e le leggi federali. Dichiarazioni poi ribadite nel discorso di fine anno, ma che in realtà sembrano solo di circostanza, essendo i roghi proseguiti anche ad inizio gennaio.

L’accusa rivoltagli è quella di, come avvenuto in altre circostanze, chiudere un occhio sul “pugno di ferro” usato da Kadyrov, ritenuto da Putin l’unico metodo utile a garantire la stabilità nella tormentata repubblica cecena. Pazienza se tra i bersagli delle misure adottate, in una logica da codice medievale più che da moderna Costituzione, risultino i familiari di presunti terroristi e anche, secondo le accuse, nemici politici di Kadyrov, che nulla hanno a che fare con il terrorismo di matrice islamica (come gli affiliati alla Repubblica di Ichkeria, che si oppongono a Kadyrov e perseguono l’indipendenza della Cecenia).

Kadyrov e Islam in Cecenia

Una situazione ambigua, cui Kadyrov cerca di trovare copertura formale. La speaker del Parlamento ceceno Dukuvakha Abdurakmanov, ha infatti annunciato che il Parlamento ceceno è al lavoro per proporre alla Duma un disegno di legge “anti-terrorismo” che includa la possibilità di perseguire i parenti dei terroristi. Difficile che questo disegno di legge possa essere la soluzione al problema terrorismo ed alle particolarità cecene, semmai la Duma dovesse approvarlo. Tra le peculiarità cecene, quella di essere una repubblica (insieme ad altre caucasiche) a maggioranza musulmana all’interno della quasi interamente ortodossa Federazione Russa. Repubblica in cui, all’interno della laica Russia, Kadyrov cerca di rafforzare il ruolo dell’Islam (ha convocato il 19 gennaio una marcia anti-Charlie Hebdo e contro qualsiasi forma di insulto al Profeta, previsti 500.000 partecipanti). Repubblica in cui, malgrado la vocazione islamica del suo leader, la tendenza alla radicalizzazione è sempre più evidente (circa 2.500 i combattenti ceceni in Siria). Questo probabilmente perché Kadyrov e il suo regime autoritario (spalleggiato da Putin) più che vittime della radicalizzazione ne sono concausa.

In questo quadro l’estremismo diventa infatti una via per combattere il regime, le sue ambiguità ed il suo incondizionato sostegno a Putin (Kadyrov ha anche chiesto che i ceceni, esclusi fin dagli anni ’90, tornino a servire nell’esercito russo). E l’etichetta da “terrorista islamico” un’onta da attribuire anche a chiunque si opponga al regime di Kadyrov. In una spirale di radicalizzazione, generalizzazione e violenza che le recenti misure “anti-terrorismo” possono solo inasprire.

Grozny e Parigi quindi, attentati in cui si può anche leggere qualche elemento comune. Anche perché il terrorismo islamico è un problema che accomuna l’Europa alla Russia. A coloro che invece, dopo l’attacco al Charlie Hebdo, hanno additato l’uomo forte Putin come modello e come garante dei “veri valori”, le ambiguità e i problemi ceceni dovrebbero suggerire un’altra lettura. La via della stabilità a discapito della giustizia, delle libertà e dei diritti, rappresenta un solo un tipo di esempio: quello da non seguire.

L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

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One comment

  1. Enrico Martelloni

    La Russia nonè laica, e uno stato fondato sull’ FSB. La cosa è ben diversa.

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