giovedì , 16 agosto 2018
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Brexit
Photo © Kalyan Neelamraju - www.flickr.com, 2004

Brexit, la campagna per la permanenza: “Remain”

Domani i cittadini britannici voteranno in un referendum per decidere se il Regno Unito debba rimanere o meno all’interno dell’Unione Europea. Dato il peso politico di Londra all’interno dell’UE e le imponenti difficoltà che l’Unione ha conosciuto negli ultimi anni, il voto assume un significato continentale: in caso di uscita di Londra dall’UE, non solo l’Europa perderebbe la principale voce liberale e favorevole al libero mercato, ma si aprirebbe un pericoloso precedente per le sorti dell’integrazione europea, dato che probabilmente non mancherà molto prima che alcuni fra i movimenti euroscettici sparsi in tutto il Continente propongano una soluzione simile per il proprio Paese.

La campagna per il “Remain” e le divisioni dei conservatori

Per scongiurare questi risultati, all’apparenza si è mosso quasi l’intero arco costituzionale britannico. Formalmente, le leadership delle principali forze politiche d’Oltremanica (Conservatori, Laburisti, Liberali e Nazionalisti Scozzesi) sono tutte schierate per il “Remain”, la permanenza nell’UE. Solo lo United Kingdom Indipendent Party (UKIP) è esplicitamente contrario. Tuttavia, “Britain Stronger in Europe”, la campagna referendaria a favore del “Remain”, rimane più frammentata e insicura di quanto gli endorsement ufficiali facciano intuire.

Le divisioni più nette sono quelle all’interno del Partito Conservatore. Storicamente distinti fra una frangia euroscettica e una più moderata, i Tories si presentano all’appuntamento elettorale profondamente divisi, tanto da far temere una possibile disgregazione del partito nei mesi successivi al voto, indipendentemente dal risultato. Proprio lo scenario che il premier conservatore David Cameron intendeva evitare concedendo agli euroscettici il voto. Cameron, convinto di compiacere gli elettori con una rinegoziazione dei termini del rapporto con l’UE, ha in realtà commesso un errore di valutazione politica, aprendo la strada a una campagna referendaria combattuta con toni molto duri: basti pensare alle posizioni di un big del partito come Boris Johnson o di un ex Ministro come Iain Duncan Smith.

Il Labour: un sostegno inconsistente contro la Brexit

Le difficoltà politiche dei Conservatori non hanno convinto la principale forza di opposizione, il Partito Laburista guidato da Jeremy Corbyn, ad esporsi eccessivamente sul tema europeo. Prima dell’omicidio della deputata Jo Cox, la leadership del partito era stata infatti molto cauta, affermando formalmente la propria adesione alla campagna referendaria, ma non investendoci mai davvero energie e sforzi sul terreno per convincere i propri elettori: ad esempio, Corbyn ha atteso mesi a formulare un proprio discorso esplicitamente favorevole alla permanenza nell’UE, senza perdere l’occasione, al contrario, per esprimere la propria diffidenza verso la direzione economica e politica dell’Unione.

Corbyn non è nuovo a posizioni, per usare un eufemismo, poco entusiaste verso l’UE: nel 1975, all’epoca di un altro referendum nel Regno Unito sulla permanenza nell’allora Comunità Economica Europea, votò contro. Non bisogna poi dimenticare come la leadership di Corbyn abbia conquistato il Partito: la corrente di sinistra da lui rappresentata ha infatti fatto proprio il controllo del Labour dopo la cocente sconfitta elettorale del 2015, come reazione ai decenni ‘centristi’ e filoeuropei di Tony Blair e Gordon Brown, nonostante già il precedente leader, Ed Miliband, avesse portato a sinistra il partito. In più, probabilmente i Laburisti non avevano alcuna intenzione di aiutare il governo in un momento di difficoltà.

“Britain Stronger in Europe”: una campagna poco efficace?

Il risultato delle divisioni e delle diffidenze reciproche è stata una campagna di avvicinamento al referendum ritenuta da più parti fiacca e poco incisiva, rispetto alle posizioni forti dei favorevoli all’uscita. I promotori di “Britain Stronger in Europe” hanno puntato a spaventare gli elettori sulle conseguenze economiche dell’uscita dall’UE: l’esclusione dal mercato interno e le conseguenze sull’export, la perdita di affari per la City londinese a favore di altre piazze finanziarie come Francoforte, i contraccolpi sulla sterlina. Posizioni allarmistiche supportate da numerosi attori esterni, come FMI e OECD, e interni, come la Banca d’Inghilterra.

Cameron ha faticato a far valere le concessioni ottenute a Bruxelles nei mesi scorsi, mentre paradossalmente hanno fatto più scalpore le posizioni favorevoli di un capo di Stato straniero, Barack Obama, che ha espresso tutte le preoccupazioni statunitensi per la perdita del legame più forte con l’UE. E se a far notizia è maggiormente un politico esterno, qualcosa non ha funzionato fra gli europeisti (o presunti tali) di stanza nel Regno Unito.

 

L' Autore - Luca Barana

Vicedirettore e Responsabile Istituzioni e Affari Generali – Conseguita la laurea triennale in Scienze Politiche, ho scoperto un vivo interesse per la politica internazionale. Laureato magistrale in Studi Europei con una tesi sulle Relazioni esterne dell’UE, incentrata sul contributo alla cooperazione allo sviluppo delle relazioni interregionali con l’Africa. Appassionato di giornalismo, ricopro il ruolo di vicedirettore di Europae.

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