giovedì , 16 agosto 2018
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Sarajevo, Ypres: un secolo di storia per dire “mai più”

“Non si commemora la fine di una guerra, una battaglia, una vittoria. Si commemora il modo in cui una guerra può iniziare, l’inizio di una insensata marcia verso l’abisso”. Così Herman Van Rompuy, prima del Consiglio Europeo, a Ypres. Hanno scelto Ypres, i grandi d’Europa, per commemorare il centenario dell’inizio della grande guerra. Ypres nelle Fiandre occidentali, dove si svolsero ben 4 grandi battaglie, dove i morti si contarono nell’ordine delle centinaia di migliaia (solo 300 mila tra gli alleati), dove probabilmente per l’uomo “è finita l’innocente fiducia nel progresso”.

Finita in quelle trincee che hanno seppellito il sogno della Belle Époque, nell’uso delle armi di distruzione di massa, nella tecnologia e nelle scoperte scientifiche al servizio della morte, nell’idea di infliggere più sofferenze possibili al nemico. Perché Ypres è anche la città che dà il nome all’iprite, il tioetere di cloroetano, gas vescicante usato per la prima volta dai tedeschi proprio ad Ypres, nel 1917. Una scelta subito imitata dagli inglesi e dai francesi, che probabilmente già da prima ne avevano progettato l’utilizzo.

Si è scelta Ypres ma poteva benissimo essere Sarajevo, dove il 28 giugno 1914, esattamente un secolo fa quindi, tutto ebbe inizio. Una scintilla che incendiò un castello europeo già reso infiammabile dai nazionalismi e dall’odio. Era il Vidovdan a Sarajevo, si commemorava la battaglia di Kosovo Polje e l’eroica, ma vana resistenza opposta dai serbi e dai cristiani all’avanzata ottomana nel ‘300 (1389). L’Arciduca Francesco Ferdinando era l’erede alla corona imperiale d’Austria e Ungheria ed in nome della sua apertura verso gli slavi aveva deciso di recarsi a Sarajevo.

Malgrado in alcune descrizioni sia stato dipinto come un reazionario, l’Arciduca era di idee piuttosto illuminate, ed aspirava a garantire agli slavi gli stessi diritti che l’Ausgleich aveva stabilito per austriaci ed ungheresi: un impero asburgico che, da bicefalo, nelle sue idee doveva diventare tricefalo, austriaci, ungheresi e slavi. Un modo, una concessione per placare le istanze slave, rendendoli partecipi del destino dell’Impero. Si trattava però di una posizione contraria a quella dell’Imperatore (Francesco Giuseppe, zio di Francesco Ferdinando) e che paradossalmente non piaceva neanche ai nazionalisti serbi.

Questi ultimi aspiravano infatti ad essere l’unica guida per il revanscismo slavo (pan serbismo) e temevano che il compromesso proposto da Francesco Ferdinando, soprattutto in caso di sua ascesa al trono, potesse accontentare e placare gli slavi. Furono proprio i nazionalisti serbi (ed in particolare l’associazione segreta della “Mano Nera”, guidata da “Linea Diretta”, il Colonnello Apis, Dragutin Dimitrijević, già coinvolto ad inizio secolo nel regicidio degli Obrenović) ad armare, attraverso la Mlada Bosna (Giovane Bosnia) Gavrilo Princip ed i suoi complici, che il 28 giugno portarono a termine la loro missione: uccidere l’Arciduca.

Da Sarajevo, Balcani, dove è nata la scintilla, a Ypres quindi, Belgio, nel cuore geografico dell’Europa, dove probabilmente le fiamme hanno raggiunto la loro massima altezza. Un percorso che in altre occasioni ha messo in crisi l’idea che la convivenza pacifica in Europa fosse possibile: 100 anni fa, ponendo fine alla parentesi della Belle Époque, e solo vent’anni fa, con le guerre nella ex-Jugoslavia. Un altro evento che ha riportato la guerra sul suolo europeo, dopo che per decenni, dopo il secondo conflitto mondiale, si era sperato che “mai più” odio e violenza avrebbero insanguinato l’Europa. Un altro evento che mise in discussione il progetto stesso di Europa unita e la sua capacità di essere portatrice di pace e stabilità.

La strada dai Balcani all’Europa non è stata però solo una strada di distruzione e di fine delle speranze. E’ stata anche la strada della rinascita, quella in cui l’Europa ha rinnovato la sua forza e ritrovato una delle sue ragioni d’esistere: essere portatrice di pace. Una forza che spinge Serbia e Croazia, ex nemici, a discutere pacificamente, o Serbia e Kosovo a parlarsi, nella speranza di un comune futuro europeo. Quella forza che, per chi crede nel progetto europeo, è una sofferenza non veder sfruttata in Ucraina.

E’ per richiamare e rinnovare questa forza che bisogna ricordare l’inizio di una guerra, non la sua fine, non una vittoria. Pensare a ciò che è stato, alle trincee ed alle frontiere, a tedeschi contro francesi e italiani contro austriaci, e vedere ciò che l’Europa è oggi. Per riscoprire e ricordare a tutti il più grande ruolo (o regalo) dell’Europa unita: fare in modo che la strada che 100 anni fa ha portato l’Europa verso il baratro non venga ripercorsa mai più.

Nell’immagine, Ypres, il  Menin Gate Memorial ai Caduti britannici (© Nikonmania, 2010, www.flickr.com)  

L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

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