giovedì , 22 febbraio 2018
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Scandalo corruzione in Turchia: per Erdogan l’inizio della fine?

A pochi mesi dalle proteste di Gezi Park, il premier turco Recep Tayip Erdoğan è di nuovo sotto attacco, in quella che potrebbe rivelarsi la più grave crisi politica degli ultimi undici anni. Tutto è cominciato lo scorso 17 dicembre, quando la polizia turca ha arrestato diverse personalità legate più o meno direttamente al partito del premier, l’AKP, nell’ambito di una maxi-inchiesta per corruzione che ha portato all’arresto, tra gli altri, dei figli del Ministro degli Interni Güler e del Ministro dell’Economia Çağlayan e del direttore generale della controllata statale Halkbank.Il figlio del Ministro dell’Ambiente, Bayraktar, è stato invece rilasciato dopo un lungo interrogatorio.

Nonostante il premier Erdoğan si sia affrettato a definire l’indagine “una sporca operazione” ai danni dell’immagine del suo governo, la risposta della piazza non si è fatta attendere. Proteste spontanee sono sorte non soltanto a piazza Taksim, a Istanbul, ma anche ad Ankara ed Izmir. I manifestanti hanno chiesto le dimissioni del premier. In tutta risposta, Erdoğan ha dichiarato che l’indagine non è altro che una messa in scena. “I corrotti sono coloro che la definiscono inchiesta per corruzione” – ha aggiunto.

Più nello specifico, l’indagine riguarda non solo presunti trasferimenti illeciti di denaro a vantaggio dell’Iran, ma anche la presunta corruzione di diversi funzionari pubblici, che avrebbero ricevuto denaro in cambio della concessione di permessi edilizi in zone tutelate. È chiaro che una maxi-inchiesta del genere va a trafiggere al cuore la rete di potere e interessi su cui si è costruita l’egemonia dell’AKP negli ultimi 11 anni. Le conseguenze non si sono fatte attendere: il giorno di Natale i Ministri degli Interni, dell’Economia e dell’Ambiente si sono clamorosamente dimessi, cogliendo di sorpresa lo stesso Erdoğan.

Come se non bastasse, Bayraktar – ex Ministro dell’Ambiente e alleato politico di lunga data del premier – nel consegnare le sue dimissioni ha dichiarato che “Erdoğan era a conoscenza di tutto”. Il premier ha reagito anticipando il rimpasto di governo, sostituendo altri sette Ministri oltre ai tre dimissionari, e ribadendo in un messaggio televisivo la sua volontà di non dimettersi. Qualche giorno dopo è inoltre trapelata la notizia che il procuratore Muammer Akkaş – che ha ordinato l’arresto di diverse figure di spicco legate all’AKP e che avrebbe denunciato pressioni contro l’avvio di una nuova fase dell’indagine – è stato rimosso dall’incarico, perché ha “gestito male il caso” e ha parlato con la stampa senza avvertire i superiori.

L’atteggiamento di Erdoğan ha portato diversi commentatori a pensare che dietro all’inchiesta per corruzione e al rimpasto di governo si nasconda in realtà una lotta di potere all’interno dell’AKP, tra i sostenitori di Erdoğan e i simpatizzanti di Fethullah Gülen, studioso e predicatore islamico turco che vive in esilio volontario negli Stati Uniti e che ha fondato l’influente movimento islamico Hizmet (“servizio”). Hizmet raccoglie milioni di seguaci in tutto il mondo e conta su una rete di centri di formazione in 140 Paesi. In Turchia, il movimento raccoglie consensi non solo nella magistratura e nelle forze dell’ordine, ma anche all’interno della stampa e dello stesso AKP, nella cui ascesa ha giocato un ruolo fondamentale.

Come ricorda il New York Times, un tempo Erdoğan e Gülen erano uniti da un obiettivo comune: smantellare la struttura laica dello Stato turco, erodendo il potere dei militari. Ora Erdoğan e Gülen rappresentano però due correnti islamiche in competizione tra loro, le cui diversità sembrano acuirsi in vista delle elezioni presidenziali del 2014, le prime a suffragio popolare diretto. Erdoğan non ha fatto alcun riferimento diretto a Gülen, ma ha sottolineato più volte come gli arresti delle scorse settimane siano frutto di un “complotto estero” che mira in ultima istanza a screditare lui ed il suo operato.

La partita è ancora aperta e resta ancora da vedere se la maxi-inchiesta per corruzione finirà per decretare la fine politica di Erdoğan o si rivelerà piuttosto un buco nell’acqua. Ciò che è certo è che l’impatto economico dell’attuale terremoto ha già iniziato a farsi sentire: in pochi giorni, la lira turca è scesa ad un nuovo minimo storico rispetto al dollaro mentre la Borsa di Istanbul è precipitata al suo minimo da oltre 12 mesi. La situazione appare delicata, dal momento che Ankara si affida ai flussi di denaro stranieri per finanziare il suo ampio deficit delle partite correnti, pari al 7,5% del PIL.

Nell’immagine, poster-parodia apparso a Gezi Park durante le proteste di giugno 2013, raffigurante da sinistra Fethullah Gülen, Barack Obama, Shimon Peres e Recep Tayip Erdoğan (© Gregg Carlstrom, Flickr – 2013)

L' Autore - Stefania Bonacini

Responsabile politiche regionali e industriali - Ho conseguito la laurea magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna, con una tesi in inglese dal titolo: "Dynamics of Transition in Egypt: the Role of the EU". Dopo aver lavorato un anno a Bruxelles, mi sono trasferita di nuovo in Italia. Mi occupo principalmente di comunicazione.

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