mercoledì , 21 febbraio 2018
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Serbia-Croazia: pareggio in campo, vittoria per lo sport

All’andata, al Maksimir di Zagabria, era finita 2 a 0. Troppo netta la supremazia croata sancita dai goals di Mandžukić ed Olić. I giochi, in vista della qualificazione a Brasile 2014, erano già fatti prima del match di ieri: l’unica soddisfazione che la Serbia ormai eliminata di Sinisa Mihajlovic poteva togliersi era quella di fermare la corsa della Croazia, costringendola agli spareggi anziché alla qualificazione diretta.

Ma sono state altre, le preoccupazioni che hanno agitato la Serbia nel pre-partita. Soprattutto a causa del clamore generato dagli scontri di Vukovar (in Croazia, feriti anche 2 agenti), provocati da gruppi di nazionalisti e reduci croati, in seguito alla decisione del governo di Zagabria di introdurre targhe e cartelli nel doppio alfabeto (latino e cirillico) nelle municipalità dove i serbi sono più del 30% della popolazione e di conseguenza anche nella stessa Vukovar (34% serbi, circa). Episodi che avevano fatto scattare il campanello d’allarme, nel timore che la partita potesse essere, per nazionalisti ed esagitati, occasione per gesti simbolici o violenti.

Dunque partita vietata ai tifosi croati (solo 120 tra giornalisti, parenti e staff), martedì l’arrivo del pullman della nazionale croata accompagnato dagli elicotteri, mercoledì conferenza stampa del CT croato blindata dalla polizia in assetto antisommossa. Venerdì a Belgrado sono stati schierati 6 elicotteri, 4000 agenti, 700 membri dello staff e addirittura i servizi segreti della BIA operanti in città.

I ricordi portavano sicuramente indietro al 1990, 13 maggio, ed alla partita (poi non disputata) tra Dinamo Zagabria e Stella Rossa Belgrado. Per molti la prima avvisaglia della guerra. In Croazia era salito da poco al potere Franjo Tuđman, mentre Slobodan Milošević aveva completato la sua ascesa ai vertici della Federazione. Tassello fondamentale della loro popolarità, una retorica basata sull’odio razziale, che aveva molta presa sul mondo ultras della ex-Jugoslavia, sviluppatosi negli anni ’80 e popolato da giovani – spesso disoccupati a causa della crisi economica – che trovavano sfogo alla loro frustrazione sociale nell’odio calcistico verso i rivali. Un odio feroce verso i colori rivali fomentato dai leaders nazionali al punto da fare dei gruppi ultras un ricco serbatoio per le costituende milizie paramilitari.

All’epoca, uno dei capi ultras (i “delije”, “eroi”) della Stella Rossa era Željko Ražnatović, che durante la guerra prenderà il nome di “Tigre Arkan”. Pare fosse proprio lui a guidare la spedizione dei 3000 delije in quel maggio del ’90. Una spedizione che si caratterizzò per il vandalismo e i cori carichi di odio (“uccideremo Tuđman” e “Milošević dacci l’insalata, come carne macelleremo i croati”) già prima della partita. “Ubij srbina” (“uccidi il serbo”), rispondevano i Bad Blue Boys della Dinamo, all’esterno ed all’interno dello stadio (circa 20.000 spettatori). Poi gli spintoni, il crollo delle pareti divisorie, le cariche della polizia (accusata di essere filo-serba) sui tifosi della Dinamo, Arkan a fare da scudo all’allenatore della Stella Rossa, la famosa foto dell’allora 22enne Zvonimir Boban che sferra un calcio ad un agente reo di aver manganellato un tifoso della Dinamo. La partita non si giocò, i feriti furono tra i 60 e i 100.

Solo ricordi, però, di un odio difficile da cancellare, come dimostrano gli eventi di Vukovar. La differenza, oggi, è che la politica fortunatamente agisce in modo diametralmente opposto: prossimamente, per la prima volta dopo la guerra, un Presidente croato, Ivo Josipović, sarà in visita ufficiale a Belgrado; il Presidente serbo Tomislav Nikolić (in tribuna venerdì al Marakana) la sua visita a Zagabria l’ha già compiuta lo scorso 1° luglio, per festeggiarne l’adesione all’UE (passo che anche la Serbia vorrebbe compiere a breve e per cui spera che la Croazia possa essere un punto d’appoggio). Anche il mondo dello sport si è impegnato per distendere gli animi. La Federazione serba ha chiesto ai tifosi di dimostrare che la Serbia è una nazione ospitale e lo stesso Mihajlović (nato a Vukovar, da madre croata, presunto amico di Arkan), ha chiesto ai suoi di applaudire l’inno croato. Se nel ’90 la Serbia avrebbe di lì a poco applaudito la Stella Rossa sul tetto d’Europa, il pareggio 1 a 1 di venerdì (reti di Mandzukic e Mitrovic e qualche eccesso di foga agonistica, con 2 espulsi e 7 ammoniti) basta solo a mandare la Croazia ai pareggi senza rimediare all’eliminazione.

Eppure per lo sport, nonostante l’assenza di tifosi croati, è stata comunque una piccola vittoria.

In foto, scorcio del Marakana di Belgrado, stadio della Stella Rossa (Foto: Wikimedia Commons)

L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

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