mercoledì , 21 febbraio 2018
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I nomi dei morti del conflitto balcanico affissi a una parete © Peter Denton - www.flickr.com, 1991

Serbia e Croazia assolte dall’accusa di genocidio

Il 3 febbraio la Corte Internazionale di Giustizia, principale organo giudiziario dell’ONU, ha pronunciato il suo verdetto in merito alle reciproche accuse di genocidio fra Serbia e Croazia, respingendo entrambi i ricorsi e affermando che entrambe le parti “commisero sicuramente atrocità“, ma per poter formalizzare l’accusa, “è necessario il proposito deliberato di eliminare un determinato gruppo etnico”. Una sentenza vincolante ed inappellabile che arriva dopo circa 16 anni dal conflitto serbo-croato iniziato nel 1991 e conclusosi con la dichiarazione di indipendenza di Zagabria e circa 20.000 morti.

La vicenda giudiziaria fra Serbia e Croazia

Il primo ricorso era stato presentato il 2 luglio 1999 da Zagabria contro la Repubblica Federale di Jugoslavia (Serbia e Montenegro). La Croazia denunciava la violazione della Convenzione dell’ONU per la prevenzione e repressione del crimine di genocidio, adottata dall’Assemblea Generale nel 1948, con specifico riferimento alle operazioni di pulizia etnica condotte a partire dal 1991 nella Slavonia orientale, in particolar modo a Vukovar, assediata per mesi dalle milizie nazionaliste serbe guidate da Arkan, la “tigre dei Balcani”.

Nel 2008 la Serbia aveva a sua volta deciso di presentare la propria accusa contro la Croazia riguardo la morte di circa 6.500 persone a causa dell’esodo di 230.000 serbi, costretti ad abbandonare la Repubblica serba di Krajina nel 1995, quando la Croazia, approfittando dell’intervento NATO in Bosnia, lanciò l’operazione “Tempesta”, compiendo bombardamenti indiscriminati contro i civili e rappresaglie militari per riconquistare quella sacca di territorio.

La sentenza della Corte Internazionale di Giustizia

Fino ad oggi nessuno Stato è stato condannato in base alla Convenzione dell’ONU. Il 26 febbraio del 2007 la Corte Internazionale di Giustizia non ha ritenuto nemmeno colpevole la Serbia per quanto concerne il massacro di Srebrenica, enclave bosniaca in cui 8.000 musulmani sono stati barbaramente uccisi da soldati e milizie serbe e serbo-bosniache. Il verdetto della Corte fu netto e scarsamente convincente: l’unica responsabilità imputabile alla Serbia era quella di non aver agito per impedire il massacro, ma Belgrado non era direttamente colpevole per il genocidio commesso.

La sentenza è stata accolta senza troppo stupore. La Corte non ha fatto altro che seguire le conclusioni dell’ICTY (International Criminal Tribunal for the Former Yugoslavia), che non ha mai emesso sentenze di genocidio per quanto riguarda le responsabilità individuali relative agli stessi fatti denunciati da Serbia e Croazia.

Nel lungo dispositivo, letto dal giudice slovacco Peter Tomka, si legge che “entrambe le parti hanno commesso atti genocidari”. I giudici della Corte hanno cioè appurato l’esistenza dell’elemento oggettivo del reato, il cosiddetto “actus reus”, per entrambe le parti. Quello che invece è stato ritenuto mancante è invece il “dolus specialis”: l’intento di distruggere “in tutto o in parte un gruppo etnico, nazionale o religioso in quanto tale”. Né la Croazia, né la Serbia sono state quindi ritenute colpevoli di aver violato la Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio.

La lettura del dispositivo è terminata con una serie di raccomandazioni rivolte ai due Paesi, invitati a cooperare per risolvere questioni ancora aperte, come le persone scomparse e i risarcimenti civili alle vittime e ai parenti, al fine di consolidare la stabilità e i rapporti tra i due Paesi.

Le reazioni politiche

La sentenza è stata commentata anche dai vertici politici ed istituzionali serbi e croati. Il Presidente della Serbia, Tomislav Nikolić, ha affermato che “nonostante le ingiustizie, è stato fatto un passo avanti incoraggiante. Spero sinceramente che ora la Serbia e la Croazia, in buona fede, risolvano insieme tutte le questioni che ostacolano i tentativi di portare la nostra regione verso un periodo di pace duratura e prosperità”.

Il Primo Ministro croato, Zoran Milanović, ha invece ribattuto che “la Croazia non può essere soddisfatta del verdetto di oggi, ma accettiamo la sentenza in modo civile”. La sentenza, per alcuni scontata, è stata forse più politica che giuridica, dal momento che avrebbe potuto compromettere il processo di integrazione della regione balcanica nell’UE, nel caso di specie proprio della Serbia, dal momento che la Croazia è già a pieno titolo Stato membro.

L' Autore - Maria Ermelinda Marino

Responsabile Balcani - Studentessa di Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Trento. Nutro un forte interesse per i Balcani ed il Caucaso e trascorro il mio tempo libero studiando la storia, le società e le problematiche di quei luoghi attraverso la lente del Diritto internazionale pubblico e del Diritto dell'Unione Europea.

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