lunedì , 19 febbraio 2018
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Serbia, finisce l’epoca Dačić. L’inarrestabile ascesa di Aleksandar Vučić

“Dačić non è stato un cattivo premier, anzi. Ma la Serbia può compiere progressi maggiori e più veloci”. Così si esprime Aleksandar Vučić, ormai ex vice-premier e leader di SNS, primo partito di Serbia. Partito che fino al 16 marzo, insieme all’SPS del premier Ivica Dačić, formerà la coalizione di governo. Già, fino al 16 marzo. Perché il bilancio sull’operato di Dačić, espresso in occasione del congresso dell’SNS in cui Vučić ha ri-ottenuto l’appoggio del partito, altro non è che un benservito.

Ha preceduto infatti di pochi giorni la richiesta al Presidente Tomislav Nikolić di indire nuove elezioni. Una richiesta che Dačić non ha gradito – “la Serbia aveva cose più importanti a cui pensare, piuttosto che alle elezioni” – ma che, a giochi fatti, non ha potuto non appoggiare. Particolari le dinamiche, particolare il momento, ma niente in politica accade per caso. Il 21 gennaio scorso si è chiuso un capitolo importante della recente storia serba: la Serbia ha iniziato i negoziati per l’adesione all’UE.

Risultato raggiunto dalla coalizione SNS-SPS guidato da Dačić, al governo dal 2012, anche a costo di scelte “scomode”, sia dal punto di vista economico che politico. Ne è un esempio il dialogo col Kosovo, per l’UE conditio sine qua non per dare inizio ai negoziati di adesione. Per certi versi un “lavoro sporco” di cui Dačić si è assunto le responsabilità in prima persona, malgrado le critiche, malgrado gli alleati persi per strada (l’URS, che inizialmente sosteneva il governo), malgrado rappresentasse appena il 14,51% dei voti e la vera voce forte della coalizione fosse lo stesso Vučić (SNS, 24%).

Voce forte che adesso ha deciso di agire in prima persona, dopo l’endorsment del partito, del Presidente Nikolić – anche lui eletto dall’SNS, che ha detto “è ora che Aleksandar Vučić si assuma in pieno le sue responsabilità” -, ma soprattutto dei sondaggi che lo danno al 43-45%, all’apice della popolaritàMomento ideale per Vučić quindi, per completare la scalata, anche perché il periodo delle riforme scomode è tutt’altro che finito.

Il 24 gennaio il Ministro dell’Economia Radulović ha presentato le sue dimissioni. “È tutto fermo dal punto di vista delle riforme. Il vice-premier (Vučić) sta ostacolando tutto”, le sue parole. Facile la lettura: per Vučić è chiaro che la Serbia, anche per il prosieguo dei negoziati con l’UE, deve completare il piano di investimento nazionale, la ristrutturazione del settore pubblico e delle controllate e soprattutto la legge sul lavoro, le cui bozze hanno già generato proteste. Riforme che inevitabilmente creeranno qualche scontento, con il “paravento Dačić” non sufficiente a preservare l’attuale popolarità del vice-premier. Meglio allora, nel calcolo politico, sfruttare l’attuale consenso per ottenere un mandato “forte” e stabile, col quale dare poi vita alle riforme. 

La vittoria di Vučić si annuncia schiacciante, anche per le difficoltà degli avversari. Il principale, il DS di Dragan Đilas, ex sindaco di Belgrado – il 16 marzo si terranno anche le elezioni municipali a Belgrado – non attraversa il suo momento migliore. È dei giorni scorsi la notizia dello scisma interno: l’ex-Presidente Boris Tadić ha deciso di uscire dal partito – di cui era Presidente onorario, “non condivido la condotta autoritaria di Đilas”, ha dichiarato – e dovrebbe presentarsi alle elezioni con una formazione nuova, il New Democratic Party. I DS sono dati, ad oggi, all’11-14%. 

Terza forza politica dovrebbe essere la coalizione SPS-PUPS-JS (data oggi al 12-13%), guidata proprio da Dačić. L’ormai ex premier cercherà di sfruttare il prestigio dato “dall’aver portato la Serbia alle porte dell’UE, un successo che nessuno potrà toglierci” ma, come detto, probabilmente sconterà scelte interne piuttosto scomode. 

Infine i partiti euroscettici, che tenteranno di sfruttarle appieno, invece, le difficoltà interne, proponendo una Serbia fuori dall’UE e neutrale, per non compromettere i profondi legami con la Russia – ultimo l’accordo South Stream – e per ottenere, dal rapporto con l’UE, “condizioni da pari, non imposizioni”. Così Vojislav Koštunica, ex-Presidente jugoslavo nel 2000-03 e premier serbo nel 2004-08 e leader del DSS. Altro suo cavallo di battaglia è la “questione Kosovo”, che lo ha spinto a definire “traditori della patria” i partiti che supportano il negoziato. Su posizioni fortemente euroscettiche e ultra-conservative l’estrema destra di Dveri.

Poco per preoccupare Vučić e la sua definitiva ascesa: “Aleksandar Vučić, un futuro in cui crediamo” è lo slogan SNS. Un futuro in cui il 43-44% dei serbi, ad oggi, sembra credere. Un futuro di Europa e riforme. A Mr. Vučić ora, il compito di convincere anche gli altri.  

Nell’immagine un manifesto elettorale dell’SPS in vista delle parlamentari del 2012 che ritrae il premier uscente, Ivica Dačić (© Micki, Wikipedia Commons).

L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

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