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Serbia: la maledizione delle riforme

La Serbia necessita di riforme. Le chiede il Fondo Monetario Internazionale, per continuare a dare credito al Paese. Le chiede l’Unione Europea, nell’ambito dei negoziati che dovrebbero portare all’adesione di Belgrado. Le richiede l’attuale situazione finanziaria del Paese: 4,8% di rapporto deficit/PIL nel 2013 e una previsione disastrosa per il 2014 (8%?), a causa anche delle spese sostenute per fronteggiare le terribili alluvioni di maggio.

Le cause dell’attuale situazione finanziaria ricadono, secondo il premier Aleksandar Vučić, nell’irresponsabile gestione del Paese nel periodo 2007-2012 (governi Koštunica-Cvetković, a guida o sostegno DS, oggi all’opposizione). In quei 5 anni infatti, sempre secondo il premier, le pensioni sarebbero aumentate del 72% (22% solo durante la campagna elettorale del 2008) e il debito pubblico cresciuto a dismisura. Si è spinto oltre l’ex premier Ivica Dačić (2012-2014), attuale Ministro degli Esteri, definendo le riforme fondamentali, con particolare riferimento alla legge sul lavoro, in quanto “la Serbia non può confrontarsi con l’UE, e con l’universo capitalista, ragionando ancora con leggi socialiste”.

Le condizioni per una stagione di riforme non mancano. Vučić può contare, in Parlamento, su una maggioranza schiacciante, frutto dell’altrettanto schiacciante vittoria alle elezioni dello scorso marzo. I provvedimenti su mercato del lavoro e su sistema pensionistico e delle assicurazioni per infortunio sono stati approvati lo scorso 17 luglio ed entrati in vigore il 29. Prevedono, fra le altre cose, misure per attrarre gli investimenti esteri, rendendo il mercato del lavoro più flessibile e modificando le regole relative ai licenziamenti ed ai contratti di lavoro a tempo determinato. Includono poi il graduale innalzamento dell’età pensionabile, per le donne, da 60 a 65 anni, con pesanti penalizzazioni in caso di prepensionamento.

Provvedimenti che hanno scatenato polemiche, soprattutto dopo le dimissioni, il 12 luglio, del giovanissimo Ministro delle Finanze, Lazar Krstić. Krstić ha motivato la sua scelta parlando di un premier troppo buono ed orientato a misure troppo morbide ed insufficienti. A suo parere le uniche misure in grado di salvare la Serbia sarebbero state la riduzione delle pensioni (20%) e degli stipendi del settore pubblico (15%), la cassa integrazione di 160 mila lavoratori e l’aumento del 30% del prezzo dell’energia elettrica. Motivazioni simili a quelle che a gennaio avevano portato alle dimissioni del Ministro dell’Economia, Radulović, con conseguente caduta del governo Dačić. “Dimissioni farsa” – ha tuonato l’opposizione – “volte a promuovere l’idea, tra i cittadini, che le misure draconiane di Vučić siano il male minore”.

In piazza anche le associazioni di categoria (SSSS e UGS Nezavisnost), che hanno organizzato manifestazioni di protesta di fronte al Parlamento. “Vogliamo lavoro, non schiavitù”, lo slogan, “Riforme che legittimano il lavoro precario e distruggono il sistema sociale” il contenuto delle dichiarazioni ufficiali. Contestato anche l’iter: dopo aver iniziato a discutere con le parti sociali infatti, il governo ha deciso di procedere malgrado non fosse stato raggiunto un accordo. “Sono emendamenti a leggi già in vigore, non nuove leggi”, la motivazione.

Vučić non sembra tra l’altro orientato a fermarsi ed ha annunciato che entro i primi 100 giorni di governo intende procedere anche alla ristrutturazione delle partecipate. Prevista poi, entro il 15 settembre, una manovra correttiva con possibile riduzione stipendi nel settore pubblico e aumento dell’IVA. A gennaio potrebbe partire poi il piano di privatizzazioni (possibile quella di Telekom Srbija, no a quella di EPS, compagnia energetica).

Un piano ambizioso che però, anche in caso di riuscita, rischia di generare una spiacevole conseguenza: il calo di fiducia verso l’UE. Come nelle peggiori abitudini politiche del maggior partner commerciale serbo, l’Italia, è forte la tendenza a giustificare le riforme più scomode con il classico ce lo chiede l’Europa”, rischiando di compromettere l’entusiasmo dei cittadini per l’UE ancor prima dell’adesione.

Un rischio da non sottovalutare, anche alla luce dei comportamenti di quello che ormai è, soprattutto nei Paesi che con lei hanno forti legami storici e culturali, il tipico contraltare alle austere politiche di UE e Occidente: la Russia di Putin. Se nell’immaginario dei cittadini, Bruxelles chiede sacrifici e Mosca elargisce aiuti, Bruxelles chiede rincari per l’energia e Mosca costruisce il South Stream, Bruxelles blocca i prodotti agricoli locali e Mosca ne aumenta l’import, in un anno, del 64%, probabilmente un errore di fondo esiste.

Photo © diego, 2005, www.flickr.com

L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

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