martedì , 14 agosto 2018
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Pablo Iglesias (Podemos) festeggia l'affermazione nazionale del 20 dicembre (Foto: Flickr, Podemos)

Spagna: la fine del bipartitismo, l’inizio dell’incertezza

Domenica 20 dicembre si sono svolte in Spagna le attese elezioni politiche nazionali. 36 milioni di spagnoli sono stati chiamati alle urne per rinnovare le Cortes Generales, il parlamento bicamerale costituito dal Congresso dei Deputati e dal Senato – rispettivamente composti da 350 deputati e 208 senatori. La giornata elettorale, di per sé carica di attesa, si è caratterizzata per l’allerta legata al terrorismo. Gli oltre 210.000 seggi sono stati sorvegliati da 91.702 rappresentanti delle forze dell’ordine. Nonostante la tensione, la partecipazione al voto è stata alta, arrivando al 73,2%, 4 punti percentuali in più rispetto al 2011.

Si è trattato indubbiamente dell’inizio di “una nuova era politica”, come prevedeva domenica il quotidiano El Pais. Dei quattro leader di partito candidati premier, nessuno è infatti riuscito a raccogliere i voti necessari per governare la Spagna nei prossimi anni. Almeno non da solo. Mariano Rajoy, capo del governo dal 2011 e candidato del Partito Popolare (PP), formazione di centrodestra, ha ottenuto il 28,7% dei consensi, portando al suo partito 123 deputati. Il Partido Socialista Obrero Español (PSOE) del segretario generale Pedro Sánchez, con il 22,01% dei consensi, ne ha guadagnati 90. Complessivamente i due maggiori partiti spagnoli hanno superato di pochissimo il 50% dei voti espressi.

Podemos e Ciudadanos, la fine del bipartitismo

Sembra quindi conclusa, dopo quarant’anni, l’era del bipartitismo spagnolo. Podemos, formazione della sinistra radicale guidata da Pablo Iglesias è arrivata a insidiare il secondo posto del PSOE, assicurandosi ben 69 deputati. Ciudadanos, la nuova formazione liberale centrista del catalano Albert Rivera, ha ottenuto 40 seggi, contribuendo ad indebolire sensibilmente il duopolio social-popolare.

I Popolari di Rajoy si sono quindi confermati primo partito spagnolo, senza però aver ottenuto la maggioranza assoluta (176 seggi) e con l’impossibilità di governare in alleanza con i centristi di Rivera. Un autentico sfacelo se commisurato al risultato del 2011, quando il PP ottenne da solo 186 seggi, forte del 44,63% delle preferenze.

I nuovi movimenti che hanno sepolto il bipartitismo spagnolo – Podemos in particolare – saranno quindi decisivi nelle prossime settimane nei tentativi di formare un nuovo governo. Attraverso le consultazioni previste per il nuovo anno, per la prima volta nel suo regno, Felipe VI dovrà mediare tra forze politiche diverse, spesso apertamente ostili, convertendosi in moderatore e arbitro di quella che si preannuncia una fase post-elettorale molto turbolenta.

Scenari: grande coalizione, unione delle sinistre o voto anticipato?

L’esito elettorale che minaccia di bloccare la politica spagnola delle prossime settimane potrebbe evolversi in almeno tre scenari. In primo luogo, come molti commentatori hanno suggerito poche ore dopo l’esito delle elezioni, attraverso una “grande coalizione” alla tedesca tra PP e PSOE. L’ipotesi, che avrebbe il merito di offrire alla Spagna un governo solido e dalla forte maggioranza parlamentare, è però resa difficile dai toni particolarmente accesi della campagna elettorale e dalla ferma opposizione della leadership del PSOE ad accettare accordi di governo con i Popolari di Rajoy.

Un’alternativa, praticabile sulla base dei numeri del nuovo Congresso ma politicamente complicata, porterebbe alla formazione di una coalizione delle sinistre, composta da Socialisti, Podemos, altri schieramenti di sinistra e, nel caso, anche dai centristi di Ciudadanos. Un simile governo potrebbe però soffrire di scarsa compattezza e, secondo alcuni, potrebbe arenarsi proprio sulla politica europea.

Resta infine l’ipotesi di un repentino ritorno al voto, qualora i partiti non riuscissero ad accordarsi per dar vita a un governo di coalizione. In tal caso Rajoy o un premier tecnico dovrebbero traghettare il Paese verso nuove elezioni, da svolgersi probabilmente in primavera. Tale scenario sembra però improbabile per la Spagna, non abituata per ragioni storiche e culturali a confrontarsi con elezioni anticipate, instabilità politica e situazioni di stallo parlamentare.

Queste “elezioni dell’incertezza” hanno rappresentano tuttavia un punto di svolta storico per la Spagna: si è trattato, infatti, delle prime elezioni dal termine della dittatura franchista dall’esito incerto. Figlie di un sistema elettorale proporzionale – sebbene corretto – e di uno scenario partitico ormai frammentato, le elezioni del 20 dicembre saranno ricordate come momento fondante della nuova politica spagnola, oppure, in caso di rapido voto anticipato, come un breve interludio democratico prima di una complicata fase di instabilità.

L' Autore - Giulia Richard

Responsabile UE-America Latina & Spagna - Laureata magistrale in Development, Environment & Cooperation presso l'Università di Torino, con una tesi sulle relazioni commerciali tra UE e America Latina. Dopo aver lavorato a Montevideo e a Valencia, attualmente vivo nel cuore dell'Europa, a Bruxelles.

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