giovedì , 16 agosto 2018
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La spina nel fianco di Cameron: i referendum

La scarsa simpatia del Primo Ministro britannico David Cameron nei confronti dell’ex premier del Lussemburgo Jean-Claude Juncker era nota da tempo agli osservatori del panorama politico europeo. Prevedibile era anche il fatto che Cameron si sarebbe trovato solo (di fatto a fianco al premier ungherese Viktor Orbán) a non sostenere in Consiglio Europeo la designazione di Juncker come prossimo Presidente della Commissione. Tale strenua opposizione del premier britannico alle istanze federaliste del candidato è stata letta come un clamoroso “disastro”da The Independent. Da Berlino, Bild ha canzonato il premier inglese paragonandolo all’attaccante Wayne Rooney: come puòpensare di ritrattare la permanenza del suo Paese nell’UE, quando non èin grado di intessere relazioni diplomatiche per imporre un diverso candidato al Consiglio Europeo?

I toni delle dichiarazioni rilasciate a caldo da Cameron hanno ondeggiato tra il paternalistico e il profetico, specialmente quando ha apostrofato i colleghi europei con un importante: “lo rimpiangerete per tutta la vita”. All’auspicio della Cancelliera tedesca Angela Merkel e del Presidente francese Francois Hollande di riprendere il progetto di un’Europa a più velocità di integrazione, il premier britannico non ha dato risposta.

Certo è che la posta in gioco è ancora una volta quella della cosiddetta Brexit (British exit), cioè dell’uscita del Regno Unito dalla dall’Unione Europea (UE). La promessa di Cameron rimane valida: in caso venisse rieletto alle politiche del 2015, indirà un referendum sulla Brexit nel 2017, così come ricordato anche dopo la visita a Londra di Angela Merkel nel marzo scorso. The Times lo sostiene (quasi) incondizionatamente, promuovendo l’idea dello “splendido isolamento”inglese.

Intanto, sul fronte interno, il governo Cameron dovrebbe riguadagnare molto terreno per poter sperare in un esito certo per il referendum del 2017. Un recupero arduo, specialmente dopo lo sciopero generale indetto dai sindacati dei dipendenti pubblici il 10 luglio scorso contro il congelamento degli stipendi fino al 2018. È dunque poco ipotizzabile che l’opinione pubblica inglese fornisca al premier il supporto adatto a ripresentarsi in Europa più forte che nelle ultime occasioni ufficiali. Più probabile è invece la rinegoziazione delle condizioni di permanenza del Regno Unito, così come avvenne nel 1975 (univa volta nella storia comunitaria) dopo la vittoria del laburista Harold Wilson per la permanenza nella CEE.

Tuttavia il referendum del 2017 non sarebbe del tutto escluso nemmeno se il partito laburista, guidato da Ed Miliband, dovesse vincere le elezioni del 2015. Ulteriore elemento da considerare è l’ascesa degli euroscettici del Partito per l’Indipendenza del Regno Unito (UKIP) di Nigel Farage. Alle elezioni europee il partito euroscettico ha infatti raggiunto il 26,8%, contro il 24,7% dei laburisti e il 23,3% dei conservatori. L’esito delle elezioni nazionali èperciòmolto incerto e il referendum dipende moltissimo dai risultati che gli esponenti dell’UKIP mostreranno agli elettori nei prossimi mesi. Se fossero positivi, anche i laburisti sarebbero costretti a valutare l’ipotesi di una campagna elettorale improntata all’allontanamento dall’UE.

I problemi referendari di Cameron però non sono esauriti. Il premier scozzese Alex Salmond ha infatti stigmatizzato le scelte del premier inglese: molti recenti sondaggi attestano che il 44% degli scozzesi voterebbe pro-indipendenza in caso di un reale pericolo di uscita dall’UE. I sondaggi scozzesi discordano invece sulla ripartizione di contrari e astenuti sul tema. Sono comunque cifre poco attendibili, considerato quanto sia febbricitante l’attesa del referendum. In ogni caso, l’esito del voto scozzese avràserie ripercussioni sulle opinioni pubbliche di altre regioni europee che vedono l’autonomia o l’indipendenza dal proprio Stato come chiave della rinascita economica.

Le conseguenze della Brexit sarebbero preoccupanti anche per Galles e Irlanda del Nord, sostenuti fortemente da sussidi agricoli e fondi UE. L’economia inglese infatti è fortemente diversificata: da un lato la concentrazione di potere finanziario nel cuore di Londra, dall’altro aree rurali non pienamente sviluppate. David Cameron, se rieletto, dovrà quindi tenere in debito conto anche le possibili insoddisfazioni del popolo nord-irlandese, storicamente dotato, per così dire, di forti strumenti di protesta.

In foto il premier britannico David Cameron (Foto: bisgovuk – www.flickr.com, 2013)

L' Autore - Tullia Penna

Dottoranda in Bioetica (Visiting à Sciences Po Paris; Giurisprudenza UniTo; presso la stessa: Laura Magistrale a ciclo unico in Giurisprudenza e Certificato di Alta Qualificazione della Scuola di Studi Superiori Ferdinando Rossi - SSST). Ex tutor e rappresentante degli studenti della SSST. Mi occupo di principalmente di questioni relative all’inizio e gravidanza surrogata. Appassionata di tematiche trasversali, mi interesso di diritti civili ed evoluzione delle istituzioni democratiche. Nel tempo libero sviluppo le mie abilità di fotografa e viaggiatrice.

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