martedì , 14 agosto 2018
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Srebrenica, l’anniversario di un massacro

Sono ormai passati più di due decenni dalla dissoluzione della Federazione Jugoslava. Le persone che visitano oggi i Balcani occidentali come turisti o come operatori di ONG hanno solo un ricordo in differita delle guerre di dissoluzione, basato su un qualche documentario la cui presunta veridicità è facilmente contestabile.

La storia del massacro di Srebrenica è iniziata nel 1992. La dissoluzione della Jugoslavia era già in corso. La Bosnia-Erzegovina seguì la Slovenia e la Croazia sulla strada verso l’indipendenza. Tuttavia, i serbo-bosniaci avrebbero voluto rimanere allineati a Belgrado e far parte integrante di una grande Serbia “etnicamente pura”. Nella primavera del 1992, con il sostegno della Serbia, i serbi di Bosnia scatenarono un uragano di violenza contro la popolazione musulmana.

Il 6 aprile 1992 Sarajevo fu attaccata e posta sott’assedio. Questa viene considerata la data di inizio della guerra in Bosnia. Ma già in precedenza, tutta la Bosnia orientale, lungo il fiume Drina, bruciava. In alcuni luoghi, comprese le città di Zvornik, Visegrad e Foča, la “pulizia etnica” fu rapida, brutale ed efficace. Migliaia di musulmani bosniaci furono uccisi, altri riuscirono a fuggire nell’enclave di Srebrenica.

I musulmani cercavano di salvarsi in quella sacca di territorio libero, anche se assediato. Nel 1993 Srebrenica fu dichiarata “area protetta” dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Per proteggere la città venne stanziato un battaglione canadese che, in seguito, fu rimpiazzato da uno olandese. Ma l’assedio continuò e l’11 luglio 1995 i serbo bosniaci, sotto il comando del “macellaio dei Balcani”, il generale Ratko Mladić, entrarono in città, uccidendo, secondo la stima più cauta, 7.475 bosniaci-musulmani, sotto gli occhi dei caschi blu olandesi, sotto gli occhi del mondo. Domani saranno passati 19 anni.

Le massime potenze mondiali sapevano cosa stava accadendo. L’appello più drammatico per fermare quel massacro fu rivolto a Bill Clinton e ad altri Capi di Stato da Elie Wiesel, Premio Nobel e sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti. Nessuno fece nulla.

Una volta riconosciuto che in Bosnia siano avvenuti stermini di massa, in particolare diretti contro la popolazione bosniaco-musulmana, è opportuno definirli genocidio?  Dipende da quale definizione di genocidio si vuole adottare. Se se ne vuole adottare una definizione larga, vale a dire una che si estenda a forme di cosiddetta “pulizia etnica”, è evidente che la stragi avvenute in Bosnia rientrino nella categoria. Se invece si vuole accettare una definizione ristretta, si può anche riservare l’etichetta di genocidio al solo caso della Shoah ebraica. In realtà, le espressioni “sterminio dei bosniaci” (e, se è per questo, anche “sterminio degli ebrei”) sono definizioni perfettamente adeguate per descrivere queste esperienze storiche, evitando di partecipare ad una macabra Olimpiade per classificare diversi stermini in base al grado di atrocità conseguito.

Il problema della classificazione sorge quando, dal piano storico e politico, si vuole passare a quello giuridico. La Corte Internazionale di Giustizia, in base ad una definizione assai restrittiva di genocidio, che privilegia il lato decisionale e intenzionale, riassumibile nell’espressione “effective control”, ha finito col negare nel caso “Bosnia-Erzegovina c. Serbia-Montenegro” un’azione genocida della Serbia nei confronti della Bosnia, riconoscendo la natura genocida alla sola azione delle forze militari serbe nel luglio del 1995 a Srebrenica.

Nel mescolare criteri storici e giudiziari, la Corte ha però ostacolato in modo cruciale l’azione della Bosnia in sede di Tribunale, rifiutandosi di esigere i verbali del Consiglio Supremo della Difesa jugoslavo, che avrebbero potuto dimostrare la corresponsabilità anche (e soprattutto) dei dirigenti della Serbia nell’azione di Srebrenica. Diverso è il punto di vista, nel caso “Tadić”, dell’ICTY, che ha ritenuto corresponsabili anche alcuni organi di Stato serbi, che hanno violato l’obbligo di impedire il genocidio.

Vi sono ancora molte persone in Serbia e tra i serbi-bosniaci che cercano di negare l’enormità del crimine. L’ex Presidente dei serbo-bosniaci, Radovan Karadžić e il generale Mladić sono considerati eroi ancora oggi. La verità è che Srebrenica è una metafora viva: ci ricorda che una popolazione è stata massacrata, che le è stato impedito di difendersi perché è stata consegnata direttamente ai carnefici. Secondo Gregory Stanton, uno dei massimi esperti mondiali dei genocidi, il negazionismo non è altro che l’ultima fase del genocidio.

In foto il cimitero per le vittime del massacro (Foto: Martijn Munneke – www.flickr.com, 2008)

L' Autore - Maria Ermelinda Marino

Responsabile Balcani - Studentessa di Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Trento. Nutro un forte interesse per i Balcani ed il Caucaso e trascorro il mio tempo libero studiando la storia, le società e le problematiche di quei luoghi attraverso la lente del Diritto internazionale pubblico e del Diritto dell'Unione Europea.

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