venerdì , 23 febbraio 2018
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Il memoriale del massacro di Srebrenica (Foto: Wikicommons)

Srebrenica, vent’anni dopo il genocidio

Oggi, 11 luglio, cade il ventesimo anniversario del massacro di Srebrenica. Nel 1995 Srebrenica era un piccola cittadina bosniaca che, durante le guerre jugoslave, era stata definita “zona di sicurezza” e per questo protetta da un battaglione dell’UNPROFOR (United Nations Protection Force).

Srebrenica ieri: il massacro del 1995

I violenti scontri fra bosgnacchi (musulmani bosniaci), serbi e croati continuavano ormai da anni, ma negli ultimi tempi si erano intensificati gli attacchi verso le comunità musulmane: per questo Srebrenica aveva accolto molti profughi. Nel luglio 1995 la situazione era peggiorata ulteriormente: l’assedio serbo aveva portato a carenza di viveri, petrolio e medicinali.

Il 6 luglio i serbi del generale Ratko Mladić attaccarono. I “caschi blu” delle Nazioni Unite chiesero invano un intervento aereo della NATO. A nulla servì nemmeno la richiesta di aiuto lanciata dal governo bosgnacco. Tre postazioni UNPROFOR furono catturate dai soldati serbi, i militari della forza internazionale presenti si arresero e consegnarono le armi. Quando ormai i serbi si trovavano alle porte, fu dato l’assenso per un raid aereo, che comunque non convinse Mladić ad abbandonare l’offensiva.

Ai caschi blu fu ordinato di fuggire verso Potočari, distante pochi chilometri. Una folla terrorizzata di 20/25 mila persone li seguì sperando di trovare protezione. La maggioranza degli abitanti di Srebrenica, uomini, donne, bambini e anziani, organizzò una fuga in direzione di Tuzla: in fila indiana e tenendosi per mano iniziarono la marcia fra l’11 e il 12 luglio, sperando nella protezione dell’oscurità. Verso l’alba, la testa della colonna fu attaccata da milizie serbe con artiglieria pesante e gas chimici provocando il panico. Nel caos, la fila si divise in due: la maggior parte non raggiunse mai la meta, ma venne trucidata nei boschi.

Il 12 luglio le truppe di Mladić entrarono a Potočari, dove si erano rifugiati il battaglione ONU e migliaia di civili. Promettendo di sfollare le persone nelle zone sotto il controllo bosniaco, divisero gli uomini in età di leva (dai 17 ai 70 anni) da donne e bambini. Mentre i secondi furono trasportati con i  pullman verso le aree musulmane, i primi furono torturati, seviziati ed infine barbaramente uccisi. Tutto sotto gli occhi impotenti dell’UNPROFOR e della comunità internazionale, incapaci di reagire.

Fra il 16 ed il 17 luglio la colonna di profughi fuggiti da Srebrenica raggiunse, dopo sei giorni di marcia, il territorio governativo. Erano partiti in 15 mila, arrivarono in circa 5 mila. Il loro arrivo portò notizie sull’orrore e le crudeltà commesse nell’enclave musulmana.

Il fallimento della comunità internazionale

Le potenze occidentali si incolparono a vicenda. Gli Stati Uniti furono accusati di avere informazioni che, rese pubbliche, avrebbero potuto salvare la città. I Paesi Bassi vennero additati come coloro che avrebbero impedito i raid aerei temendo di mettere in pericolo i propri caschi blu presenti a Srebrenica. L’affermazione  più incredibile e sconcertante fu quella pronunciata da Boutros-Ghali, Segretario Generale ONU dal 1992 al 1996: “No, non credo che la caduta di Srebrenica rappresenti un fallimento. Bisogna vedere se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto. Noi continuiamo a offrire assistenza ai rifugiati (…) e siamo riusciti a contenere il conflitto entro i limiti dell’ex Jugoslavia”. Con la fine della guerra si scoprirono trentadue fosse comuni principali, contenenti più di 7 mila corpi straziati.

Srebrenica oggi

Cos’è oggi Srebrenica? Oggi come allora, Srebrenica è un territorio di scontro. Non ci sono più carri armati o cecchini, si combatte per affermare le proprie verità. Timidi tentativi di individuare una verità condivisa tra i gruppi che popolano la Bosnia-Erzegovina ci sono stati: nel 2005 Dragan Cavic, all’epoca Presidente dell’entità serba, si era pubblicamente scusato a nome della propria entità per le violenze compiute dieci anni prima a Srebrenica.

Nel 2015, invece, Milorad Dodik, Presidente della Republika Srepska, non capisce perché esista la commemorazione delle vittime di Srebrenica: “a Srebrenica non ci fu alcun genocidio”, ha dichiarato. “Piuttosto si trattò di un piano architettato dai bosgnacchi per far ricadere su noi serbi la colpa di qualcosa che non abbiamo mai compiuto”. Dalle scuse, alla negazione. Eppure i fatti esistono, ben visibili e documentati.

L' Autore - Sarah Camilla Rege

Responsabile Allargamento - Laureata in Relazioni Internazionali presso l'Alma Mater Studiorum di Bologna. Da sempre affascinata dai Balcani, dopo un periodo di tirocinio con AIESEC a Novi Sad (Serbia) ho ultimato la tesi di laurea magistrale riguardante il mondo delle Organizzazioni Non Governative e la società civile in Serbia. Nel 2012 ho frequentato la summer school "Integrating Europe through Human Rights" presso la Higher School of Economics di Mosca.

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