martedì , 14 agosto 2018
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Su Europa e immigrazione Cameron svolta a destra

Quando il Partito Conservatore britannico ha vinto le elezioni politiche nel 2010, il candidato David Cameron simboleggiava il rinnovamento: su ambiente e diritti civili ad esempio, Cameron intendeva modernizzare il proprio partito, riscattandone le sorti dopo più di un decennio di sconfitte elettorali ad opera del New Labour di Tony Blair. La necessaria, e inusuale, coalizione con i liberaldemocratici guidati da Nick Clegg sembrava spingere favorevolmente in questa direzione. Le cronache degli ultimi mesi sono state al contrario dominate dalla svolta conservatrice del governo.

Sono due i temi su cui l’esecutivo ha scelto una linea politica più tradizionale: i rapporti con l’Unione Europea e la questione dell’immigrazione. Le due materie sono strettamente legate nell’agenda governativa e nel dibattito pubblico di Londra. Fra le promesse del Primo Ministro spicca quella di portare l’immigrazione netta, ossia la differenza fra il numero di immigrati ed emigrati, al di sotto delle 100.000 unità annue, entro il 2015. Le ultime rilevazioni parlano di un saldo di 216.000 per l’anno scorso, quindi l’obiettivo di Cameron appare ancora lontano.

Non di meno, la retorica del Partito Conservatore si è fatta molto incisiva su questo tema, man mano che si avvicinava la data del 1 gennaio 2014, quando, a sette anni dall’ingresso dei loro Paesi nell’Unione Europea, i lavoratori di Romania e Bulgaria hanno potuto godere della libera circolazione anche nel Regno Unito. Questo appuntamento ha scosso la politica britannica, mentre diverse rilevazioni statistiche segnalavano il malcontento dell’opinione pubblica. Sebbene oggi i cittadini rumeni e bulgari non possano essere più considerati immigrati, la loro supposta invasione del mercato del lavoro britannico ha generato non poche inquietudini a Londra e dintorni. I timori riguardano in primo luogo l’arrivo in massa di lavoratori poco qualificati, che ‘ruberebbero’ il posto ai britannici, ma anche il cosiddetto ‘social-benefit tourism’, ossia i trasferimenti indirizzati a godere del generoso welfare state del Regno Unito.

Nel frattempo, essendo la libera circolazione dei lavoratori una delle libertà fondamentali costituenti il mercato unico europeo, l’apertura delle frontiere ha rinvigorito il dibattito sull’adesione della Gran Bretagna all’UE. È questa infatti la seconda politica di stampo conservatore di Cameron: ha creato scalpore la decisione di indire un referendum sulla permanenza di Londra nell’UE dopo le elezioni generali del 2015, presumibilmente nel 2017. I britannici sono storicamente diffidenti, se non apertamente scettici, nei confronti dell’UE e aprire la possibilità di una simile consultazione potrebbe portare a risultati non soddisfacenti nemmeno per il governo conservatore.

Cameron infatti ha indetto le proprie campagne contro immigrazione e il ‘contropotere di Bruxelles’ più per ragioni elettorali che per effettive convinzioni politiche. Tallonato a destra dalla crescita del movimento euroscettico di Nigel Farage, lo United Kingdom Indipendence Party, Cameron ha dovuto mostrarsi più duro del previsto sui temi europei, compresa la liberalizzazione degli ingressi dei lavoratori rumeni e bulgari. L’obiettivo del Primo Ministro non sarebbe però realmente quello di provocare l’uscita del Paese dall’UE: il business britannico, fra i principali sostenitori del suo partito, è troppo legato al mercato unico europeo e lamenta già oggi l’aumento della burocrazia e degli ostacoli alle assunzioni di personale qualificato derivanti dalle politiche governative sull’immigrazione.

Cameron intenderebbe rinegoziare la partecipazione della Gran Bretagna all’UE, riportando a casa alcune competenze cruciali, come quelle in materia finanziaria. Questa pare anche la soluzione più gradita a larghe fasce dell’elettorato. Tuttavia, un simile programma di revisione dei Trattati è osteggiato da molti altri Paesi europei, come la Germania, ed è stato apertamente rifiutato in una recente intervista anche dal candidato alla presidenza della Commissione Europea per i socialisti europei, Martin Schulz.

Se Cameron non dovesse riuscire nel suo intento, i rischi di un’affermazione dell’uscita dall’Europa appaiono concreti. La retorica diffidente contro la liberalizzazione dei flussi di lavoratori da parte delle forze governative ottiene un doppio risultato negativo: esacerba i sentimenti anti europei in patria e accresce l’insofferenza dei partner continentali. Da un Paese liberale come la Gran Bretagna ci si aspetterebbe ben altro.

(Foto: Wikimedia Commons)

L' Autore - Luca Barana

Vicedirettore e Responsabile Istituzioni e Affari Generali – Conseguita la laurea triennale in Scienze Politiche, ho scoperto un vivo interesse per la politica internazionale. Laureato magistrale in Studi Europei con una tesi sulle Relazioni esterne dell’UE, incentrata sul contributo alla cooperazione allo sviluppo delle relazioni interregionali con l’Africa. Appassionato di giornalismo, ricopro il ruolo di vicedirettore di Europae.

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