lunedì , 19 febbraio 2018
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Un viaggio in Serbia (parte 2): corruzione e privatizzazioni

di Cristiano Barducci

La prima parte del “Viaggio in Serbia”, è stata pubblicata nei giorni scorsi. Si chiudeva con le dichiarazioni di Miroslava Milenović, ex consulente del Ministero dell’Economia serbo, dimessasi nelle scorse settimane per, ufficialmente, motivi di salute. Le sue dichiarazioni sul disegno di legge sulle privatizzazioni e sulle intenzioni di Vučić sono una vera e propria accusa.

(SECONDA PARTE)

[…] I fatti le danno ragione. La negoziazione tra il governo e la compagnia finlandese Sisu relativa all’acquisizione di FAP continua sottotraccia, nonostante la firma di un “memorandum di intenti” firmato dal ministro dell’Economia Vujović, e dal CEO di Sisu Korhonen lo scorso 30 maggio in vista dell’accordo finale previsto per la fine dell’estate. Vučić, presente all’incontro, ha assicurato la creazione di almeno seicento posti di lavoro (un terzo subito e gli altri nei prossimi tre anni) dicendosi certo che la compagnia lavorerà con profitto, non costringendo il governo a mettere mano al portafoglio.

In realtà, la compagnia finlandese non sembrava proprio sulla stessa lunghezza d’onda: alcuni media locali – B92, Blic, Ekapija – riportavano come le condizioni poste dalla compagnia scandinava per rilevare un’azienda ormai clinicamente morta fossero la cancellazione dei debiti della stessa verso lo Stato (principalmente tasse e costi per le utenze) e il taglio di duecento posti di lavoro (la FAP, che produce camion, ha attualmente circa ottocento dipendenti, dopo il licenziamento di altri quattrocento nella ristrutturazione avvenuta nel 2009). Il memorandum tuttavia nulla dice sul primo punto, smentisce il secondo: naturale quindi chiedersi in quali termini il governo serbo abbia contribuito al raggiungimento dell’accordo. Solo un’energica opera di convincimento o una partecipazione in termini economici come avvenuto per il caso Fiat?

Già, il “caso Fiat”. A cinque anni dalla conclusione dell’accordo con il governo che portò uno dei produttori di auto più importanti al mondo in questo angolo di Balcani, le ombre permangono. Nel novembre del 2011 il principale “watchdog” dell’operato governativo, l’Agenzia per la Lotta alla Corruzione, aveva chiesto ufficialmente copia del contratto che portò all’acquisizione della compagnia pubblica Zastava e alla creazione della joint venture Fijat Automobili Serbija, partecipata al 67% da Fiat e, per la restante parte, dal governo serbo. Obiettivo? Verificare la sussistenza di condizioni favorevoli per i cittadini serbi. Risposta? Venti chilogrammi di documenti, con molti omissis a celare le parti più importanti.

Vučić appena insediatosi, ebbe a dichiarare che l’accordo sarebbe stato rivelato nella sua interezza entro i primi di giugno: venerdì primo agosto però, interrogato dal leader del Nuovo Partito di Opposizione (NS) Zoran Živković, Vučić ha risposto in Parlamento che il contratto con Fiat non verrà reso pubblico, contraddicendo quando promesso in campagna elettorale. “Questo contratto non è stato firmato da me, ma da un partito con cui la sua lista era solito apparentarsi”– ha attaccato Vučić, rispondendo a Živković: il riferimento è al Partito Democratico Serbo, al potere al tempo dell’accordo e di cui fa parte l’ex premier Boris Tadić.

Così, i cittadini serbi continuano a non sapere quanto indirettamente hanno contribuito al grande affare da circa un miliardo di euro concluso con Torino, mentre i salari allo stabilimento di Kragujevac rimangono bassi e i turni massacranti: circa trecentoventi euro al mese (tre volte inferiori a quelli dello stabilimento Fiat di Tychy, in Polonia) per dieci ore di lavoro giornaliere, più gli straordinari. I casi Fiat e Sisu ora (e U.S. Steel prima) non sono i soli: la trasparenza nei rapporti con gli investitori, soprattutto stranieri, costituisce una spina nel fianco non di poco conto per l’immagine che il Primo Ministro Alexandar Vučić vuole creare per conquistare la fiducia di Bruxelles.

L’operato dell’organo deputato a prestare assistenza ai potenziali investitori, l’Agenzia per gli Investimenti Esteri e le Esportazioni (SIEPA), è nel mirino della magistratura. Sotto la lente della procura di Belgrado sono finiti 1.339 contratti firmati dall’agenzia, tra il 2006 e il 2012, aventi ad oggetto consulenze esterne e prestazioni di servizi rivelatesi fasulle, per un importo pari a 120 milioni di dinari (1 € = 116 dinari circa): a fine marzo la polizia ha arrestato l’ex Ministro delle telecomunicazioni ed ex presidente di SIEPA Jana Matić, insieme agli altri dirigenti Bozidar Laganin, Vesna Perić, e Bojan Janković, contestando, oltre alla cifra per le consulenze, un’appropriazione indebita di circa 90 milioni di dinari.

Vučić, il “piccolo lupo” (come lo chiamano i suoi cittadini giocando con l’origine etimologica del cognome), non si è espresso in merito, nonostante l’ultima dichiarazione scritta dal dimissionario Ministro dell’Economia Mr. Radulović, lo avesse accusato di coprire, di concerto con il suo staff, numerosi casi di corruzione, ostacolando le indagini interne. […]

(CONTINUA)

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