giovedì , 16 agosto 2018
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Photo © Jonathan Davls, 2012, www.flickr.com

Un viaggio in Serbia (parte 3): corruzione e privatizzazioni

di Cristiano Barducci

La prima, e la seconda parte, del “Viaggio in Serbia” si sono districate tra le fitte maglie del processo di privatizzazione delle aziende di Stato serbe, tra i vari dubbi che questi processi hanno generato e tra le promesse non mantenute. Molti anche i dubbi e le accuse rivolti verso l’attuale “uomo forte” serbo, Aleksandr Vučić, il “piccolo lupo” e verso l’Agenzia per gli Investimenti Esteri e le Esportazioni (SIEPA), finita anche nel mirino della magistratura.

PARTE TERZA

[…] Nonostante il cambio dei vertici operato dal governo, la SIEPA continua a non dormire sonni tranquilli: il magazine indipendente The Balkanist ha reso pubbliche circa trecento e-mail, rivelate da fonti anonime, che proverebbero il coinvolgimento di alti vertici di SIEPA in casi di uso discrezionale di fondi pubblici e violazioni del principio di evidenza pubblica negli appalti statali. Circa tali mail, ancora al vaglio della magistratura inquirente, alcuni sostengono che si tratti solo di una manovra per destabilizzare l’esecutivo: una fonte interna del Ministero dell’Economia, che ha preferito rimanere anonima, ne conferma tuttavia la veridicità.

I cittadini serbi eppure, aldilà di una generica indignazione per l’operato dei propri governanti, non scendono in piazza. Forse perché, come sostiene Miroslav, graphic designer e giornalista freelance “alle persone qui importa solo dei conti dell’energia elettrica, dell’acqua, del gas. Se non aumentano, o aumentano di poco, tutto va bene. E qui vige il sistema delle raccomandazioni: se trovi un buon lavoro, sei davvero ben pagato”.

Non solo lì, purtroppo. Oggi, il Paese che prima decideva la politica dell’intera area dei Balcani Occidentali non è solo Belgrado e il suo continuo mutamento urbanistico, le sue contraddizioni, le vie eleganti di Dorcol e i casermoni sovietici di Novi Beograd, i cosiddetti “bloks”. E’ anche quella di Zeliko, diciannove anni avviluppati in uno sguardo duro che d’improvviso si accende vispo, nobilitato da una pronuncia anglosassone degna del miglior yuppie dell’Oxfordshire nonostante più volti si scusi per il proprio inglese, non allenato.

E’ contento del nuovo governo, mi dice sull’autobus che da un villaggio della Vojvodina riporta me a Belgrado e lui a Novi Pazar, nonostante si consideri ancora troppo giovane per intendersi di politica. Vuole studiare filologia e le lingue straniere perché “non c’è futuro qui per gente come me”. Quando però, incuriosito, chiedo se preferisce scrivere in cirillico o in caratteri latini mi risponde la prima, lamentandosi come tutti ormai scrivano prevalentemente nella seconda, “fregandosene delle nostre tradizioni”. “Saresti contento se la Serbia entrasse in Europa?” Domanda chiara, risposta con luci e ombre. Luci: “l’Europa aprirebbe la nostra economia, i nostri confini”. Ombre: l’Europa standardizza tutto, mette in secondo piano le culture dei singoli Paesi.

Concetto espresso anche nella Capitale: molti giovani sono contrari o quanto meno prudenti rispetto all’accesso nell’Unione. Così, se Momcilo ha paura che con l’apertura delle frontiere gli immigrati arrivino in massa, “e che costruiscano una moschea tre volte più grande proprio qui a Dorcol, nel centro storico di Belgrado”, per Sladjana “entrare nell’Unione sarebbe vantaggioso dal punto di vista economico, ma la cultura europea non mi piace, siete tutti uguali. Non voglio perdere la mia identità”. Voglia di Europa? Può darsi.

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One comment

  1. Contenti no? Seguono , il mercato selvaggio, l’ imperialismo americano, la rapina, occidentale!

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