mercoledì , 15 agosto 2018
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Una Svizzera non troppo neutrale

Si potrebbe dire che l’immigrazione è il tema caldo dell’inizio di questo 2014. Come se non bastassero i problemi sorti con l’apertura del mercato del lavoro europeo ai cittadini romeni e bulgari, ora ci si è messa pure la Svizzera introducendo paletti alla libera circolazione dei lavoratori europei. Una cosa che, vista la sua notoria fama di Paese neutrale, fa sorridere, anzi fa capire che i tempi sono proprio cambiati per tutti o, ancora meglio, che non sono mai cambiati: come accade da sempre in tempo di crisi, il capro espiatorio diventa lo straniero da dovunque esso provenga. È innegabile infatti che quest’ondata di timore per lo straniero-ruba-lavoro stia investendo tutto il Vecchio Continente, se non a livello di vere e proprie leggi, almeno nell’opinione pubblica, diventando il cavallo di battaglia di molti partiti.

In Svizzera è stata il partito di destra ed antieuropeista Unione democratica di centro (Udc/Svp) a dare avvio alla campagna per il referendum contro l’immigrazione di massa per cui si è votato domenica scorsa, 9 febbraio, assieme a due altri referendum (uno sul finanziamento ed ampliamento delle ferrovie ed uno sul finanziamento dell’interruzione di gravidanza). Va detto che il referendum è passato grazie ad una maggioranza molto ristretta (50,3%) e dimostra che vi è una vera e propria spaccatura tra chi considera i lavoratori stranieri una risorsa e chi invece li considera un pericolo da arginare. Tra i primi gli abitanti delle grandi città come Zurigo e Basilea. Tra i secondi gli abitanti del Canton Ticino, notoriamente un’area di immigrazione italiana, che ha registrato la più alta percentuale di votanti “contro l’immigrazione di massa” (68,17%).

Il referendum è dunque passato, nonostante anche il Consiglio federale si fosse espresso contro. La Consigliera federale, Simonetta Sommaruga, ad esempio, aveva sottolineato come il referendum non fosse che la risposta sbagliata ad una paura determinata dal contingente storico, alla quale sarebbe più razionale rispondere con l’adeguamento di servizi ed infrastrutture piuttosto che con una chiusura a riccio che «causerebbe un notevole surplus burocratico soprattutto per le PMI» e metterebbe in pericolo la via bilaterale con l’Unione Europea.

Ora, come conseguenza del referendum, verranno reintrodotti tetti massimi annuali e contingenti annuali applicabili a tutti i permessi per stranieri, inclusi i cittadini dell’UE, i frontalieri e i richiedenti «stabiliti in funzione degli interessi globali dell’economia svizzera e nel rispetto del principio di preferenza agli Svizzeri; […] Criteri determinanti per il rilascio del permesso di dimora sono in particolare la domanda di un datore di lavoro, la capacità d’integrazione e una base esistenziale sufficiente e autonoma». Inoltre, in virtù di ciò, i trattati internazionali che contraddicono tale principio «devono essere rinegoziati e adeguati entro tre anni dall’accettazione di detto articolo da parte del Popolo e dei Cantoni».

Vale a dire, quote per l’ingresso di stranieri e rinegoziazione degli accordi stipulati negli anni precedenti con l’Unione Europea, in quanto prevedevano tra i principi cardine proprio la libera circolazione dei lavoratori. Due effetti non da poco se si pensa che, da un lato, la Svizzera conta più del 20% di popolazione straniera (italiani e tedeschi sono il gruppo più numeroso) e, dall’altro, che sono centinaia gli accordi bilaterali con l’UE.

E dal canto suo l’Unione Europea non ha tardato ad esprimere tutto il suo sconcerto di fronte al risultato della consultazione popolare. Anche ieri mattina, i Ministri degli Esteri riunitisi a Bruxelles per il Consiglio Affari Esteri non hanno mancato di ribadire da una parte la loro preoccupazione, dall’altra la loro volontà di non rimanere a guardare le frontiere svizzere chiudersi. Se è vero che l’Unione Europea ha bisogno della Svizzera, infatti, è altrettanto vero anche l’inverso. Pare quindi che l’Unione Europea sia pronta a restituire pan per focaccia e finalmente porre argine ad un trend che già da tempo si era palesato, con l’introduzione di quote ai permessi di soggiorno a lungo termine o dell’espulsione dei criminali stranieri.

Se proprio si cerca qualcosa di positivo in tutta questa storia è l’altra faccia della medaglia. Se il referendum contro l’immigrazione è passato, quello per bloccare il finanziamento dell’interruzione di gravidanza (altro tema caldo europeo, tra l’altro) no. Piccole consolazioni.

L’attualità dei manifesti per il referendum dell’8 febbraio 2009 per la libertà di circolazione dei lavoratori romeni e bulgari (foto: cavorite – Flickr)

L' Autore - Valentina Ferrara

Vice-direttore - Laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche con una tesi in Storia dell'Integrazione Europea dal titolo "Unione Europea e discriminazioni". Ho sempre avuto la passione per il giornalismo, per il mondo della comunicazione e per l'Unione Europea, per questo non ho avuto alcun dubbio a partecipare alla creazione di Europae, la fonte d'informazione che sono sempre andata cercando.

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One comment

  1. Bene così, l’Europa non deve stare a guardare, deve far capire che farne parte significa goderne dei privilegi quanto subirne gli svantaggi. Anzi, un occasione del genere può essere sfruttata per ricordare a tutta l’allegra schiera di populisti euroscettici, il mare di opportunità e vantaggi che è l’Unione Europea in contrasto con la cattiva idea del capro espiatorio dei mali del nostro tempo.

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