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Ungheria
Migranti a Budapest durante la crisi del 2015 @ Michael Gubi - www.flickr.com, 2015

Ungheria al voto in un referendum sui migranti

“Volete che l’Unione Europea, anche senza consultare il Parlamento ungherese, prescriva l’immigrazione in Ungheria di persone che non sono cittadini ungheresi?”. È un quesito secco e senza possibilità di fraintendimenti quello a cui saranno sottoposti i magiari il prossimo 2 ottobre.  Il capo di Stato ungherese, Janos Ader, ha annunciato formalmente la convocazione delle urne pochi giorni dopo la vittoria del Leave nel referendum britannico del 23 giugno scorso.

La difficile gestione della crisi migratoria

Tutto parte dalla calda estate del 2015: anche se sembra passato un secolo, si parla di soli dodici mesi fa. Orde di immigrati, perlopiù di origine siriana o irachena, si affacciano sull’uscio della precaria fortezza europea: Angela Merkel, lasciando esterrefatti molti suoi stessi sostenitori, dichiara la politica delle porte aperte, spalleggiata da Roma e Parigi. Nel giro di pochi mesi, arrivano quasi un milione di profughi in Germania e decine di migliaia di migranti rimangono “bloccati” in Grecia e Italia. Nel settembre scorso la Commissione decide: ricollocamenti obbligatori di 160.000 persone per sbloccare una situazione di stallo che mette a rischio la sopravvivenza del patto di Schengen. Tuttavia, come spesso accade nelle vicende di questa tormentata Unione Europea, non appena si prende una decisione davvero comunitaria, scattano le resistenze: in primis Londra e poi tutti i Paesi dell’Est  – guidati da Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia (i Paesi del c.d. “Accordo di Visègrad) – si sono opposti in ordine sparso.

La decisione di chiudere il “corridoio balcanico”, sigillando i confini da Skopje fino a Vienna, di fatto provoca un raffreddamento della questione: le opinioni pubbliche, che a gran voce chiedevano una stretta (specie dopo gli attentati di Parigi del novembre 2015, in cui agirono anche dei “finti profughi” facenti capo all’Isis), sono in parte placate e l’idea del ricollocamento obbligatorio viene furbescamente accantonata. Il referendum britannico, poi, fa la sua parte: tutti i dossier europei più scottanti vengono di fatto sospesi fino alla data del fatidico verdetto popolare. L’UE, per non versare sale sulle ferite, tace sull’enorme questione irrisolta dei profughi con lo scopo di non influenzare negativamente gli elettori: una strategia che si rivela perdente, allorquando all’alba del 24 giugno la Gran Bretagna vota inaspettatamente per l’uscita dall’Unione.

Il referendum in Ungheria

Una volta avvenuta la Brexit, le carte in tavola sono cambiate, in particolare per i Paesi dell’Est, che sono stati sempre tenaci alleati di Londra e, di conseguenza, fieri avversari di una stretta unione politica. Non a caso il premier ungherese, il vulcanico Viktor Orban, ha accolto la Brexit con preoccupazione, sapendo di non poter più contare sulla sponda decisiva dei britannici.

Tuttavia, il referendum inglese ha anche offerto un’occasione ghiotta: poter utilizzare lo strumento di democrazia per eccellenza, il referendum, al fine di far deragliare ogni progetto di “comunitarizzazione” della questione migranti. Orbàn ha colto la palla al balzo e ha spinto per far convocare il referendum nell’autunno prossimo, in una data (il 2 ottobre) che si preannuncia esiziale per i destini europei. Infatti, in simultanea con il referendum magiaro, si terrà la riedizione del ballottaggio delle elezioni presidenziali austriache, quando è facilmente pronosticabile un nuovo testa a testa tra Hofer (destra) e Van Der Bellen (Verdi). Il primo ha già annunciato che, nel caso divenisse Presidente, di certo non si farebbe problemi a convocare un referendum in stile Brexit, se l’UE dovesse continuare a “imporre” politiche di condivisione dell’onere dei migranti.

Se la disfida austriaca appare in bilico, lo stesso non si può dire della battaglia elettorale ungherese: il fronte del “No” all’accoglienza dei profughi, forte dell’appoggio del governo e di un partito di estrema destra in ascesa come Jobbik, appare in grande vantaggio. Anche se non circolano ancora sondaggi, si può presupporre almeno un 70-75% di ungheresi schierati compattamente con Orban e contro le politiche di Bruxelles.

Un risultato più roboante – magari con un No attorno al 90%, il che equivarrebbe a un vero plebiscito – non sarebbe la fine dell’Unione Europea (nessuno può formulare una previsione così definitiva), ma darebbe un’indicazione molto chiara sulla crisi tragica di consenso delle istituzioni comunitarie. L’Ungheria, già protagonista della caduta dell’Unione Sovietica, potrebbe assestare un colpo decisivo al già fratturato edificio dell’UE.

L' Autore - Giacomo Giglio

Laureato magistrale in Economia Internazionale, fin da giovanissima età ho avuto grande passione per la politica e l'economia. Critico con la visione classica dell'economia, mi occupo spesso di temi inerenti la crisi finanziaria e i travagli della zona Euro dopo lo scoppio della crisi 2008-09

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2 comments

  1. Non voglio. Forza Ungheria. 🙂

  2. Giuseppe Passanante

    L’URSS si dissolse in seguito all’Accordo di Bialowieża tra Eltsin, Kravchuk e il presidente bielorusso. L’Ungheria non c’entra niente con il dissolvimento dell’URSS anche perché non ne era membro.

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