martedì , 14 agosto 2018
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Ungheria
Viktor Orban con Jean Claude Juncker © European Commission, 2015

Ungheria, in Europa c’è un nuovo muro

Il 6 luglio il Parlamento ungherese ha approvato, con una maggioranza schiacciante di 151 voti contro 40, la controversa legge che modifica, in maniera restrittiva, la normativa in vigore nel Paese in materia di immigrazione e diritto d’asilo. Il premier Viktor Orban, forte di una maggioranza parlamentare rilevante, ha già fatto parlare di sé, in passato, per leggi contestate dall’opinione pubblica interna ed internazionale, prima fra tutte quella sulle restrizioni alla libertà di stampa.

Una legge radicalmente restrittiva per l’Ungheria

La modifica apportata all’attuale assetto normativo prevede sostanzialmente due novità rilevanti, oggetto di riflessione internazionale e causa di dure critiche piovute sul governo populista ungherese, soprattutto dalle Nazioni Unite. Orban ha ottenuto l’autorizzazione a costruire un muro lungo il confine che separa il Paese con la Serbia, che attualmente non è Paese membro dell’Unione Europea, per 175km.

Dal 6 luglio, inoltre, gli immigrati richiedenti asilo che lasceranno la propria residenza designata all’arrivo in Ungheria  per più di 48 ore, saranno automaticamente espulsi dal Paese senza possibilità di ricorso, perdendo il diritto all’esame circa la legittimità della propria domanda.

Orban a più riprese, in patria e all’estero, ha motivato le scelte radicali semplicemente analizzando i numeri. Dall’inizio dell’anno, infatti, oltre 67.000 persone hanno raggiunto il Paese balcanico in cerca di rifugio o di mero salvacondotto verso il nord Europa. Il Premier ungherese ha rilasciato, tra le tante, una dichiarazione che senz’altro riassume la ratio, politica, ideologica e sociale della norma: “È un messaggio chiaro ai migranti: tu non devi venire, questa non è la tua patria, e sarai espulso velocemente”, il tutto motivando le scelte intraprese come meri atti di “autodifesa per il Paese”.

Le reazioni dall’esterno, l’ONU in prima linea 

Il maggiore avversario del muro in costruzione è senz’altro rappresentato dall’ONU, che tramite la propria Agenzia per i rifugiati, si sta battendo nelle sedi internazionali per scongiurare questo atto di mancata accoglienza di persone provenienti, principalmente, secondo le stime del governo ungherese, da Siria, Pakistan e Afghanistan, in cerca di ambienti pacifici, prima che di ricchezza o occupazione. A nulla sono valsi, però, gli appelli dell’Agenzia, che lunedì 6 luglio ha subìto una sconfitta politica non indifferente. L’errore è stato quello di non porsi su un piano di mediazione con un governo di per sé radicale e provato da numeri elevatissimi, rispetto ad una capacità di accoglienza minima e non idonea a garantire le esigenze basilari per questi ipotetici rifugiati.

L’Unione Europea dal canto suo ha inizialmente condannato duramente l’iniziativa, ritenuta lesiva degli accordi di Schengen e parzialmente illegittima rispetto al tanto contestato regolamento di Dublino. A differenza delle Nazioni Unite, però, l’UE ha avviato una discussione costruttiva con il governo ungherese, culminata nella dichiarazione di sostegno alla costruzione del muro, da parte del Commissario europeo all’immigrazione – il greco Dimitris Avramopoulos– che ha anche promesso aiuti per 8 milioni di euro destinati alla costruzione di centri d’accoglienza per i migranti.

Il governo ungherese si è, però, impegnato a non minare in alcun modo gli accordi di Schengen, garantendo quindi la libera circolazione dei cittadini europei, e mantenendo gli impegni derivanti dal Regolamento di Dublino, in questi giorni al centro della discussione politica europea per la complicata questione delle “quote migranti” spettanti ai singoli Paesi dell’Unione.

L’Unione Europea prende atto 

Probabilmente ad accendere il dibattito è stata l’idea stessa di un (nuovo) muro separatore all’interno dell’Europa più che le soluzioni radicali, ma pragmatiche, adottate dall’Ungheria. Il Commissiario Avramopoulos ha ricordato che c’è una questione immigrazione in Europa e che attualmente questa colpisce la Grecia e  l’Italia, da sempre Paesi di accoglienza, a cui si aggiungono, per numeri elevati, la Spagna e l’Ungheria che come i primi due non godono di una situazione economica molto florida, ma che attuano politiche repressive per tentare di azzerare, o quanto meno dimezzare, gli attuali flussi migratori.

Ancora una volta la riflessione dovrebbe incentrarsi su quale ruolo si vuole che abbia l’Europa, più che sull’analisi di singoli fatti. L’immigrazione, come l’economia, sono casi evidenti di collegialità europea nel trovare soluzioni più che nel prevenire e, quindi, evitare il sorgere di problemi.

L' Autore - Francesco E. Celentano

Classe 89', dottorando di ricerca in diritto internazionale e dell'Unione europea presso l'Università di Bari. Mi occupo di disastri naturali e regioni polari dal punto di vista giuridico. Già tirocinante presso il Consolato statunitense a Napoli prima e presso l'Organizzazione marittima internazionale poi. Laureato in Giurisprudenza, ho scritto la mia tesi su Consiglio di sicurezza ONU e proliferazione nucleare nel corso di un periodo di ricerca presso l'Ufficio ONU di Ginevra. Appassionato, fin da piccolo, di geopolitica, mi sto specializzando nello studio delle relazioni esterne dell'Unione europea e dell'attività delle Nazioni Unite, con un'attenzione particolare all'area dell'Asia Pacifico. Orgogliosamente ex rappresentante degli studenti ed attuale segretario dell'Associazione dei laureati del mio Ateneo. Twitter: @cesco_cele

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