mercoledì , 21 febbraio 2018
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Verso le elezioni europee 2014: la Romania, malgrado tutto, ha fiducia nell’UE

La Romania, Paese famoso per Dracula e per i suoi magnifici paesaggi, oltre che per essere “esportatore” di manodopera a basso costo, si presenta alla campagna elettorale per le elezioni europee con una situazione del tutto particolare. Nel 2012 ha infatti attraversato una crisi governativa piuttosto grave, che ha provocato l’intervento dell’Unione Europea, con conseguenze e ripercussioni proprio sulla percezione che i cittadini hanno dell’Unione.

La causa scatenante della crisi fu la chiusura di un servizio di pronto soccorso fondato dal medico e sottosegretario alla Salute Raed Arafat, a causa di una riforma della sanità. La chiusura fu l’evento iniziale, anche se le dimostrazioni, che ben presto divennero violente, nascevano da un malessere generale dovuto ai continui tagli a stipendi e pensioni, ai continui licenziamenti ed alla politica di austerità fortemente voluta dal Presidente Basescu, su input del FMI. Nonostante il PIL romeno per anni avesse il maggior tasso di crescita d’Europa, la Romania ha molto sofferto gli effetti della crisi economica, aggravati dalla dilagante corruzione e cattiva amministrazione.

Se Arafat era considerato un uomo onesto, la rabbia si concentrò sul Presidente, Traian Basescu, percepito come l’esempio del politico corrotto. Erano infatti, e lo sono tutt’oggi, molto forti i sospetti di corruzione nei confronti del Presidente e del suo partito di centro-destra, PDL. I due maggiori partiti di opposizione, i liberali ed i social democratici (PNL, affiliato all’ALDE, e PSD), strinsero un’alleanza per rovesciare il premier Emil Broc. Al suo posto salì al potere un ex-agente dei servizio segreti, da subito considerato come un burattino nelle mani di Basescu.

Mentre la tensione saliva sempre più, il governo fu affidato all’opposizione guidata da Victor Ponta. Il nuovo governo votò subito per l’impeachment del Presidente, che venne sospeso dal suo incarico. Fu indetto un referendum popolare, da cui emerse una voto favorevole all’impeachment. Non si raggiunse però il quorum del 50% più 1 ed il referendum fu invalidato dalla Corte Costituzionale. Basescu tornò al suo incarico.

Durante tutta la crisi, si assistette ad una graduale “europeizzazione” della politica romena, attraverso due canali principali: i partiti e l’influenza della Commissione Europea. In nessun altro Stato europeo come in Romania i partiti europei esercitano un ruolo così importante. Sapendo che i cittadini nutrono scarsa fiducia verso le istituzioni e la politica nazionale infatti, i partiti nazionali cercano insistentemente, come fonte di autorevolezza e di legittimazione, l’appoggio di partiti e gruppi politici europei, indispensabile per presentarsi ai cittadini come degni di fiducia. Situazione che ha comportato un vivace coinvolgimento delle federazioni politiche europee anche nella crisi governativa del 2012: il PDL godeva dell’appoggio del PPE – cui è affiliata anche l’Udmr, Unione democratica degli ungheresi – mentre il PSD di Victor Ponta era appoggiato dal PSE.

Al coinvolgimento di PPE e PSE si aggiunse quello di alcune istituzioni europee, in primis la Commissione, intervenuta dichiarando la sua contrarietà all’impeachment, e di figure politiche come Angela Merkel e Barroso. Interventi dettati dal timore che la caduta del presidente Basescu, simbolicamente parlando, venisse concepita come la sconfitta delle misure di austerità volute dall’UE. L’europeizzazione della crisi non è stata priva di conseguenze e l’ingerenza europea ha provocato sentimenti contrastanti nella popolazione. Dalla completa fiducia verso l’UE, si è passati infatti ad una certa diffidenza, e talvolta all’opposizione.

Emblematica è la parabola del Partito della Grande Romania (PRM), partito euroscettico, che aveva raggiunto l’apice del successo nel 2000, anno dopo il quale aveva intrapreso un rapido declino. Ora appare invece nuovamente in ascesa. Malgrado questo però, alle prossime elezioni, i 32 seggi destinati alla Romania – eletti con sistema proporzionale, un unico collegio e seggi assegnati con metodo d’Hondt – andranno per lo più a figure filoeuropee. Questo perché, malgrado tutto, la Romania rimane una delle nazioni con il più alto tasso di fiducia verso l’UE.

Altra particolarità rispetto al voto del 2009, dove l’affluenza si fermò al 27,7%: sembra esserci maggiore attenzione verso i voti della popolazione Rom. Nonostante si parli di una minoranza numericamente importante infatti, i Rom non hanno un partito che li rappresenti. A contendersi i loro voti saranno quindi due partiti minori: proprio i nazionalisti di Grande Romania e il partito di Elena Basescu, figlia del Presidente e già membro del PE.

Nell’immagine, una protesta, a Bucharest, contro il Roșia Montană Project un progetto di estrazione che potrebbe comportare numerosi danni ambientali e paesaggistici (© CristianChirita, da Wikimedia Commons)

L' Autore - Sarah Camilla Rege

Responsabile Allargamento - Laureata in Relazioni Internazionali presso l'Alma Mater Studiorum di Bologna. Da sempre affascinata dai Balcani, dopo un periodo di tirocinio con AIESEC a Novi Sad (Serbia) ho ultimato la tesi di laurea magistrale riguardante il mondo delle Organizzazioni Non Governative e la società civile in Serbia. Nel 2012 ho frequentato la summer school "Integrating Europe through Human Rights" presso la Higher School of Economics di Mosca.

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