martedì , 14 agosto 2018
18comix
© Palazzo Chigi - www.flickr.com, 2014

Vertice Lavoro, da Milano fiducia al Jobs Act

Dopo aver rischiato lo slittamento, si è svolta ieri a Milano la Conferenza europea sul lavoro, proposta e fortemente voluta dalla Presidenza italiana per fare il punto sulla situazione dell’impiego in Europa e per poter presentare ai partner europei la tanto agognata riforma italiana del Jobs Act (nel frattempo veniva discussa in Senato la legge delega, con il voto di fiducia arrivato solo in nottata con 165 voti a favore). La conferenza era stata annunciata nelle conclusioni del Consiglio Europeo del 30 agosto scorso, venendo rinviata a data da destinarsi, per un non meglio precisato “problema d’agenda”, salvo poi essere riconfermata qualche ora dopo. Il “problema d’agenda” era invece quanto mai politico, frutto dell’atavico scontro tra maestrini del nord e alunni svogliati del sud: se questi ultimi, Renzi e Hollande in testa, chiedevano una conferenza che unisse i temi del lavoro a quelli dello sviluppo, i primi temevano che un’agenda così corposa potesse ripresentare occasioni per mettere in discussione il patto di stabilità e la ormai vacillante soglia del 3%. Si è quindi deciso di dare alla conferenza un taglio più tecnico, affrontando solo il tema del lavoro e dell’occupazione, con il rischio tangibile di non arrivare a conclusione alcuna.

Il problema è stato risolto a priori in maniera quasi semantica: una conferenza (per quanto di alto livello) non è un vertice, quindi non ci si aspettino delle conclusioni, ma una discussione nella quale gli Stati membri presentino le loro riforme e si confrontino. Certo all’arrivo a Milano c’era chi sperava in qualcosa di più: su tutti, l’inguaribile ottimista Martin Schulz si augurava si potesse giungere a qualcosa di concreto, ricordando i 6 miliardi stanziati per l’occupazione giovanile europea e invitando i giornalisti a rivolgere ai Capi di governo le domande riguardo il loro utilizzo.

Alla conferenza stampa convocata nel tardo pomeriggio sedevano poi allo stesso tavolo i quattro Presidenti istituzionali (Schulz, Van Rompuy, Barroso, Renzi) e i due pezzi da novanta Merkel e Hollande, ma nei loro discorsi sono variati solo gli accenti: tutti hanno riscontrato come la disoccupazione, specie giovanile, sia ancora un problema enorme in Europa e come i sei miliardi stanziati vadano effettivamente sfruttati dai governi (solo Italia e Francia hanno un programma ad hoc per l’utilizzo di quei fondi). Tutti sottolineano l’importanza di riforme strutturali e investimenti. Tutti aspettano fiduciosi i 300 miliardi proposti dal futuro Presidente della Commissione Jean Claude Juncker, rispetto a cui Schulz è il più deciso («abbiamo bisogno non di riallocazione di risorse, ma di denaro aggiuntivo»), Van Rompuy sembra un professore al termine di una giornata di studi sul tema, mentre Barroso è il più orgoglioso («siamo riusciti a recuperare stabilità in Europa»).

E tutti plaudono al Jobs Act renziano, compresa Angela Merkel che, per quanto appaia svogliata in conferenza stampa, rimarca gli aspetti positivi dell’incontro, sottolinea che sono state prese misure per il contrasto della disoccupazione (specificando non si tratti di «un problema di soldi»), ma ammonisce circa l’importanza di investire verso i lavori del futuro.  Una conclusione alla quale arriva anche il Presidente francese Hollande, che parla di nuovi centri di formazione, di piano digitale europeo per la nuova occupazione e di politiche di credito e microcredito per le imprese giovanili come di priorità per l’Unione Europea, mettendo in chiaro che agli sforzi dei governi deve corrispondere un ambiente favorevole comunitario: delle scelte francesi riguardo alla soglia del 3% non parla direttamente, e quando incalzato da una domanda rimanda tutto ai prossimi incontri di ottobre, assicurando per ora che la Francia rispetterà i suoi impegni.

Matteo Renzi non tiene un discorso per conto suo, ma approfitta di una domanda per risultare il più critico: «c’è qualcosa che non va nell’Unione Europea se nonostante tutti gli sforzi la disoccupazione ha continuato ad aumentare» dice, tirando in ballo la situazione degli Stati Uniti e invocando un cambio di approccio da parte dell’Unione, se non si vuole correre il rischio di perdere una generazione di europei. É Renzi che affronta più di petto l’argomento deficit «è un parametro costruito in un mondo diverso, ma ritengo che l’Italia abbia un problema di reputazione e che debba rispettare gli impegni presi». E restare, quindi, sotto il 3%.

L' Autore - Daniele Marchi

Studente presso l'Università di Torino, laureato a Trento in Studi Internazionali con una tesi su Alexander Langer ed il suo progetto per un corpo civile di pace europeo. Sono volontario di Operazione Colomba, corpo nonviolento di pace, con cui ho partecipato al progetto in Colombia, presso la Comunità di Pace di San Josè de Apartadò. Mi occupo di risoluzione pacifica dei conflitti, confidando che un giorno l'Unione Europea diventi potenza di pace.

Check Also

Helsinki: tra USA e Russia, fa rumore l’assenza dell’UE

Uno spettro – e non è quello annunciato da Marx – si aggira su questa …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *