giovedì , 16 agosto 2018
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31 luglio 1914: gli ultimatum della Germania

“Signori, siamo davanti a guerre che potrebbero durare sette, o persino trent’anni: guai a colui il quale appiccherà il fuoco all’Europa, gettando per primo un cerino sulle polveri”. E’ il celebre storico Peter Hart a riportare nella sua opera maxima sulla Grande Guerra un inciso delle riflessioni del Generale Helmut von Moltke, leggendario capo di Stato maggiore dell’esercito prussiano sul finire dell’800. La sconfitta, ma non l’annientamento delle forze francesi nel 1870 lo avevano convinto che il conflitto successivo tra potenze europee sarebbe stato diverso da tutti quelli sino a quel momento combattuti: eserciti di organici e armamenti poderosi si sarebbero affrontati sulla scorta di una mobilitazione delle masse e di quell’ardore nazionalistico che poi infettò l’Europa nella prima metà del ‘900.

Quarant’anni dopo quelle parole, ai comandi del nipote Moltke il Giovane, fu proprio la Germania a soffiare definitivamente sulla fiamma dello scontro deflagrato nel giugno 1914 a Sarajevo. Una mossa quasi disperata, che rifletteva le ansie del Reich, ossessionato dalla rinascita militare della Francia, ad ovest, e della Russia, ad est. I piani strategici ricordati con il nome di Piano Schlieffen, altro non facevano che riportare sulle carte militari le tensioni di una potenza economicamente e industrialmente in espansione, ma ansiosa al limite dell’isteria di determinare la sua Weltpolitik, di costruire il suo ruolo nello scacchiere globale.

Il piano di Moltke, rielaborazione in chiave conservativa di quanto ideato dal suo predecessore Alfred Graf von Schlieffen, decideva già nel 1911 che la Francia avrebbe dovuto essere l’oggetto del primo attacco in forze: cinque armate avrebbero sfondato sul fronte occidentale, invadendo prima il Belgio neutrale e abbattendo le difese di Liegi. Chiusa in sei settimane l’offensiva in Francia, protetta dalla Sesta e Settima Armata da eventuali contrattacchi in Alsazia e Lorena, le truppe del Reich avrebbero dovuto celermente tornare sul fronte orientale in soccorso all’armata del generale Von Prittwitz, lasciata sola di fronte alla minaccia russa.

L’ultimatum che la Germania emanò il 31 luglio 1914 a Francia e Russia zarista e che portò nei giorni successivi all’esplosione delle ostilità fra i tre Paesi, espose definitivamente tutte le debolezze delle velleità del Kaiser Guglielmo II. Inattese furono le resistenze che sin dal mese di agosto riuscirono a muovere le truppe dell’Intesa, e a poco valsero le vittorie di Von Bulow in terreno belga, rese vane dall’inaspettata (per alcuni sconsiderata) offensiva della prima Armata di Von Klutz a sud della Marna, che aprì le porte alla riscossa franco-britannica vittoriosamente chiusa in settembre.

A cent’anni di distanza, è un’altra Weltpolitik che ha portato la Germania ad imporsi nello scenario globale e a determinare un’egemonia politico-economica su scala europea. Dalle ceneri della Grande Guerra e dagli albori della tragedia nazista, la scuola ordoliberale e, più tardi, dell’economia sociale di mercato mise le radici per la nascita di un modello economico basato su austerità in consumi e finanza pubblica – che coltiva in sé pure qualche bacillo, come il legame vizioso tra Landes e banche regionali – e soprattutto sulla competitività del sistema produttivo, ottenuta anche a prezzo di una depressione salariale interna.

Risorta dalle ceneri di una pesante crisi occupazionale nei primi anni Duemila, il modello tedesco ha preso, anche per assenza di reali alternative, la guida del disegno politico europeo, cedendo ormai di fatto la maglia di “malato d’Europa” proprio alla Francia, impastoiata in un mix di perdita di competitività industriale, eccessi di spesa pubblica e immobilismo politico creato da chi, come François Hollande, si presentò come campione del cambiamento.

Più che l’impeto di Guglielmo, è invece oggi una Realpolitik di bismarckiana memoria ad ispirare la politica estera tedesca,  specie l’approccio alla Russia del neo-zar Putin. All’ossessione di un gigante incombente si sostituisce quella di un partner inevitabile, una simbiosi fatta di gasdotti e miliardi che da Mosca viaggiano verso Berlino per acquistare questa o quella compagnia. Ed è così che contro la Russia tutta muscoli vista in Ucraina la voce tedesca si fa più lieve, quella europea quasi impercettibile, che all’espansionismo economico si oppone l’idea di una Germania volutamente tesa alla stabilità entro e fuori i propri confini.

In foto, truppe di fanteria tedesca in Belgio, in una foto scattata l’11 agosto 1914 (© drakegoodman – Flickr)

L' Autore - Antonio Scarazzini

Direttore - Analista nella società di Public Affairs Cattaneo Zanetto & Co., ho frequentato un Master in European Political and Administrative Studies al Collège d'Europe di Bruges dopo la laurea a Torino in Studi Europei Dopo uno stage presso Camera di Commercio di Torino e una collaborazione di ricerca con la Fondazione Rosselli, ho collaborato dal 2014 con la Compagnia di San Paolo per lo sviluppo del programma International Affairs. Dirigo con orgoglio la redazione di Europae sin dalla sua nascita.

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