lunedì , 19 febbraio 2018
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Mondiali 2014: Bosnia, la politica divide, lo sport unisce

C’è chi questo Mondiale non lo vedrà. Chi lo considera immorale e lo boicotterà, vedendo le immagini, alcune vere altre meno, di scioperi e sgomberi, ritenendo che i miliardi spesi per organizzare l’evento, al Brasile, servissero per altroC’è poi chi il Mondiale lo vedrà: per egoismo, per passione, perché ritiene che le colpe di scioperi e sgomberi risiedano nella mala politica, non nello sport. Oppure perché ritiene che aldilà delle spese, dei calciatori strapagati, dell’esibizionismo e degli arbitraggi dubbi, si nasconda ancora un po’ di sport. Lo sport capace ancora di unire, di superare le differenze, le razze, l’odio.

Tutti liberi di considerarla pura esibizione di circenses per distrarre le masse, niente impedirà alla magia dei Mondiali di scrivere ancora delle storie degne di esser raccontate. Tra queste quella della Bosnia. La nazionale bosniaca il suo miracolo l’ha già compiuto. Figlia della guerra e di un Paese spaccato che non è ancora riuscito a superarne gli strascichi, questo gruppo è riuscito dove la politica ha fallito: unire il Paese. La politica, infatti, in Bosnia divide, è sinonimo di stallo. Dopo quasi 20 anni dalla fine della guerra, la Costituzione è ancora quella nata dagli accordi di Dayton, un patto costituente che regola una lunga tregua, più che la pace e la convivenza.

Tutto, in Bosnia, è frenato dal confronto tra nazionalità. Il Paese è diviso tra Federazione di Bosnia ed Erzegovina (entità croato-musulmana) e la Republika Srpska (entità serba). Oltre a queste il Distretto di Brčko, creato nel ‘99. La Costituzione, per le cariche federali, non prevede una normale elezione, ma un rigido meccanismo di ripartizione e rotazione tra le tre nazionalità numericamente prevalenti (serbi, croati e bosniaci). Escludendo tra l’altro le nazionalità minoritarie (rom, ebrei e altri), violando quelli che sarebbero normali diritti delle minoranze (sentenza della CEDU “Sejidic-Finci”). Anche per approvare una legge federale il meccanismo è rigido e prevede che in aula siano presenti almeno un terzo dei rappresentanti di ognuna delle tre nazionalità. Ognuna delle quali è in grado quindi, da sola, di bloccare tutti i provvedimenti.

Opzione a cui i rappresentanti delle nazionalità ricorrono spesso, creando incredibili situazioni di impasse, come l’anno scorso quando contro l’immobilismo esplose la Bebolucija, la “rivoltà dei bebè”. Una delle entità, la Republika Srpska, o almeno il suo leader, a seguito degli eventi in Crimea, ha anche riaffermato la propria volontà di secessione ed indipendenza. In fase di stallo anche il processo di integrazione nell’UE, che sembrava poter essere la soluzione ai problemi della Bosnia. Lo stesso Consiglio Affari Esteri, ad aprile, lo ha definito “in fase di stallo, per l’assenza di volontà politica e per l’eccessivo uso di una retorica che divide”.

Divisioni e immobilismo che però non hanno fermato lo sport. Sono ancora negli occhi di tutti le immagini dei cortei che il 16 ottobre scorso hanno invaso Sarajevo, Mostar e altre città della Bosnia, per festeggiare la storica qualificazione. Cortei nati per unire, per festeggiare dei campioni, senza pensare alla loro nazionalità. C’è chi proviene dall’entità croato-musulmana, come Pjanić e Dzeko, e chi da quella serba, come Misimović, centrocampista goleador.

Tanti sono poi coloro che, figli di famiglie in fuga dalla guerra, sono nati o cresciuti non solo calcisticamente in Germania (lo stesso Misimović, Bičakčić, Salihović), Lussemburgo (Pjanić) Svizzera (il laziale Lulić o il giovane talento Hajrović), Canada (il portiere Begović), Paesi Bassi (Medunjanin), Croazia (capitan Spahić), ma che al momento di scegliere non hanno saputo resistere al richiamo del proprio Paese. Ne è nato un gruppo formidabile che, nel segno dell’amicizia e dello sport, sta scrivendo la storia sportiva del Paese.

Non sarà facile regalare altri sorrisi alla propria gente, martoriata anche dalle recenti alluvioni. Di fronte, all’esordio, ci sarà l’Argentina di Messi. Questi piccoli eroi avranno però una voglia particolare: dimostrare con lo sport che la Bosnia, se unita, può fare grandi cose. A sostenerli il tifo di un Paese intero, e la simpatia di chi amano le storie dove a vincere è il più piccolo, spinto da voglia e motivazioni maggiori. Chiunque abbia sognato nel leggere di Cavallo Pazzo che sconfigge le giubbe blu, dei tigrotti della Malesia, del Cagliari del ‘70, chiunque creda nella magia dello sport, stasera starà in piedi a gridare “Forza Bosnia!”.

Nell’immagine, Argentina-Bosnia del 2013 (© Brad Tutterow, 2013, www.flickr.com)

L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

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3 comments

  1. Ben scritto (ajdemo Zmajevi!) ma c’è un typo: la sentenza Sejdic-Finci è della CEDU, non certo della CGUE

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