sabato , 24 febbraio 2018
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Mondiali 2014: un cuore, due nazionali

Gli stadi brasiliani forse ancora no, ma l’attesa finalmente è finita. Stasera iniziano i Mondiali di calcio 2014. 32 squadre nazionali divise in 8 gironi per un totale di 736 giocatori che si contenderanno la Coppa del Mondo nell’evento sportivo dell’anno. In base a quali criteri però un calciatore può essere selezionato dalla sua rappresentativa? Perché, ad esempio, Pirlo gioca coi colori azzurri e Neymar con quelli verdeoro?

La risposta per questi due campioni è banale, si dirà: sono nati e cresciuti rispettivamente in Italia e Brasile, ma ci sono casi nei quali le cose non sono così lineari. Quello più recente riguarda il bomber dell’Atletico Madrid vice-campione d’Europa Diego Costa, corteggiato dalla Seleção e dalle Furie Rosse, ma anche il nostro Mario Balotelli, che avrebbe potuto scegliere la patria dei suoi genitori, il Ghana. Esistono moltissime situazioni di questo tipo, si può citare ancora Gabriel Paletta, difensore argentino del Parma che dal 2 marzo è entrato nel giro azzurro; o anche il caso clamoroso dei fratelli Boateng – Jerome del Bayern Monaco e Kevin-Prince dello Shalke 04 – che il 21 giugno prossimo saranno avversari allo Stadio Castelao di Fortaleza.

Se tutto ciò è possibile è perché vi è una particolare disciplina emanata dalla FIFA (la Fédération Internationale de Football Association), ovvero la federazione internazionale con sede a Zurigo che sovrintende il calcio, il futsal (calcio a 5) ed il beach soccer. Nata nel 1904 a Parigi, l’organizzazione presieduta da Joseph Blatter, predispone tutte le competizioni intercontinentali di tali sport, e quindi anche i Mondiali che si ripetono ormai ogni 4 anni dal 1930. È proprio la FIFA a stabilire che un calciatore può giocare in qualsiasi selezione, a condizione che egli sia cittadino del Paese della stessa. Qui intervengono quindi le varie legislazioni sulla cittadinanza degli Stati. Più recentemente, nel 2004, è stato poi aggiunto un ulteriore criterio per far fronte all’eccessivo numero di naturalizzazioni (soprattutto da parte di Qatar e Togo particolarmente bramose di futebolistas brasiliani), ossia la dimostrazione da parte del soggetto di un “chiaro collegamento” con lo Stato che voglia rappresentare. Questo “chiaro collegamento” consiste nell’avere un genitore o un nonno nato in detto Paese e aver lì risieduto per almeno 2 anni (portati a 5 nel 2008).

Inoltre, è possibile cambiare rappresentativa se si è militato in una o più nazionali giovanili (cosiddette “Under”). Salvo cambiamenti geo-politici, invece, non si può rappresentare due nazionali maggiori nel corso della propria carriera calcistica. Unica eccezione consentita è quella dei calciatori che militano anche in una rappresentativa non riconosciuta dalla FIFA. Parliamo, ad esempio, di campioni come Puyol e Fabregas (Catalogna), Angloma (Guadalupa), oltre a Bunjaku e Ujkani (Kosovo).

Non è però sempre stato così. Ricordiamo tutti Josè Altafini (oggi noto e simpatico commentatore televisivo) che vinse i Mondiali del 1958 con la Seleção per poi indossare la casacca azzurra 4 anni dopo in Cile. Anche l’indimenticabile Saeta Rubia, Alfredo Di Stéfano, deliziò il pubblico argentino con sei gettoni di presenza nella Selección 1947 per poi segnare 23 gol in 31 presenze con la Spagna. Come lui anche il suo compagno al Real Madrid Ferenc Puskás, il quale scelse l’Ungheria per segnare 84 reti in 85 match tra il 1945 e il 1956 e poi la Spagna nel 1961-2. Infine, una vecchia conoscenza del calcio italiano, oggi presidente della UEFA: le Roi Michel Platini. Tutti sanno che è tutt’oggi il secondo capocannoniere della nazionale transalpina dietro a Thierry Henry, ma è meno noto che a fine carriera accettò l’invito dell’Emiro del Kuwait giocando 21 minuti contro l’Unione Sovietica. L’Avvocato Gianni Agnelli parlando di Platini una volta disse: “Nella Juve nessuno è mai stato al suo livello e se in futuro ci sarà qualcuno che lo supererà lo ammetteremo a malincuore”. L’Emiro probabilmente non lo ammetterà mai.

In foto, Mario Balotelli, stella dell’attacco dell’Italia ai Mondiali in Brasile (© calciostreaming – Flickr 2014) 

L' Autore - Simone Belladonna

Laureato in Scienze Internazionali-Studi Europei e alla Scuola di Studi Superiori di Torino, da sempre appassionato di politica e storia. Ho studiato in Svezia presso la Linnaeus University, faccio parte del consiglio di redazione di Rivista Europae e a marzo 2015 ho pubblicato con l'editrice Neri Pozza il mio primo saggio “Gas in Etiopia”, sui silenzi e le rimozioni del passato coloniale italiano, specialmente per quel che riguarda l'estensivo uso dei gas sulle popolazioni etiopiche. Fortemente convinto che «l'incomprensione del presente nasce inevitabilmente dall'ignoranza del passato».

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