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Mondiali 2014: ultima spiaggia per la Svizzera

Il calcio è nato in Svizzera. O meglio: il calcio europeo continentale è nato in Svizzera. Era il 1860, nasceva il Lausanne Football and Cricket Club, forse la prima squadra calcistica del continente europeo, fondata da un gruppetto di studenti inglesi in viaggio di studio nei cantoni svizzeri. Solo per rendere l’idea: in Italia si dovettero aspettare gli anni Novanta per assistere alla fondazione della prima squadra di calcio, in Francia la fine del secolo. Ma non è questo l’unico merito che dobbiamo alla storia del calcio elvetico: furono anche i primi a fermare, in maniera fortemente simbolica, la Germania nazista. Il 9 giugno 1938 – da tre mesi l’Austria è stata annessa al Terzo Reich – a Parigi si gioca la seconda partita dell’ottavo di finale della Coppa del Mondo. La Germania nazista è la favorita, ha unito i migliori calciatori delle formazioni tedesche e austriache, eppure perde 4 a 2. «Unser schönster Sieg», la nostra vittoria più bella, scrivono i giornali svizzeri. Un miracolo sportivo, ma anche un evento politicamente fondativo, per un Paese che farà della neutralità (del respingimento dell’ideologia pantedesca, in quel caso) uno scopo di vita.

Una bandiera, quella della neutralità, che la Associazione Svizzera di Football vorrà mantenere alta anche durante la seconda guerra mondiale, giocando contro nazionali di entrambi gli schieramenti, non proprio disputando partite prive di significato. Un esempio su tutti: il 20 aprile del 1941, compleanno di Hitler, la Svizzera batté nuovamente la corazzata nazista, per 2 a 1. Attraverso queste due partite il calcio riuscì a fare breccia nelle valli svizzere, fino ad arrivare all’organizzazione del Campionato del Mondo nel 1954: dare calci ad un pallone non era definitivamente più una moda importata dall’estero. Poi, cinquant’anni di oblio: qualche qualificazione sofferta ai Mondiali e poco più.

Bisogna tornare alle origini, a quel calcio importato dall’estero. Sia ben chiaro: tutti i giocatori della Nazionale ora impegnata in Brasile sono svizzeri al cento per cento, e certo non si può dire che diventarlo sia un processo facile. Per scavalcare l’ostacolo dello jus sanguinis sono richiesti dodici anni di residenza, una buona integrazione nel tessuto sociale svizzero e la sicurezza di non costituire un pericolo pubblico. Se queste norme sembrano dure, esse sono certamente meno rigide di quanto avvenisse fino al 1992, quando non solo la doppia cittadinanza era vietata, ma anche i costi burocratici per presentare domanda di cittadinanza erano alquanto alti e completamente discrezionali da comunità a comunità (insieme ai cantoni e allo Stato federale, il primo dei livelli di cittadinanza). Viene da chiedersi dove sarebbe ora la nazionale di calcio svizzera se quelle norme fossero rimaste in vigore (o se fossero state ripristinate come chiesto dal referendum del 2004): probabilmente non in Brasile. Perché, senza Gökhan Inler (svizzero di origini turche), Xherdan Shaqiri (nato in ex-Jugoslavia, nell’odierno Kosovo), Blerim Džemaili (nato a Tetovo, Macedonia) o qualche altro calciatore dal cognome poco elvetico (Seferovic, Xhaka, Mehmedi) probabilmente a giocarsi la qualificazione per gli ottavi di finale ora ci sarebbe l’Islanda, o la Norvegia.

Curiosamente un altro paese EFTA: solo il Liechtenstein, dei quattro Stati ancora facenti parte, non era inserito nello stesso girone ampiamente dominato dalla compagine elvetica, che si presentava in Brasile come possibile sorpresa europea. I cinque gol presi dalla Francia ne hanno certo ridimensionato un poco le aspettative, peggiorando uno score difensivo tra i migliori nelle ultime due competizioni mondiali: solo un gol subito in Sud Africa 2010 (eliminazione ai gironi) e addirittura zero gol subiti a Germania 2006, eliminata negli ottavi di finale dall’Ucraina ai calci di rigore. Ma basterà una buona prova contro l’Honduras per qualificarsi agli ottavi di finale, risultato che la stampa elvetica richiede a gran voce, anche viste le aspettative, forse un po’ esagerate, con le quali era partita la squadra guidata da Hitzfeld. Nel caso andasse male, hanno un’unica giustificazione utile: sostenere che lo scandalo Crédit Suisse, primo sponsor della squadra condannato neanche un mese fa a pagare 2,5 milioni di dollari per avere aiutato i propri clienti statunitensi ad evadere il fisco, li abbia feriti ben più duramente dei gol incassati. E si sa che il Mondiale, ancor più se c’è di mezzo la Svizzera, è una questione di soldi.

In foto, il numero 10 della nazionale elvetica Xherdan Shaqiri (© theglobalpanorama – Flickr 2014)

L' Autore - Daniele Marchi

Studente presso l'Università di Torino, laureato a Trento in Studi Internazionali con una tesi su Alexander Langer ed il suo progetto per un corpo civile di pace europeo. Sono volontario di Operazione Colomba, corpo nonviolento di pace, con cui ho partecipato al progetto in Colombia, presso la Comunità di Pace di San Josè de Apartadò. Mi occupo di risoluzione pacifica dei conflitti, confidando che un giorno l'Unione Europea diventi potenza di pace.

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