martedì , 14 agosto 2018
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Photo © Hytok, 2008, www.flickr.com

Semestri di storia: 1985, l’Italia di Craxi nel mondo nuovo

L’ottavo semestre di Presidenza italiana del Consiglio dell’UE ebbe luogo in un contesto molto diverso rispetto ai primi sette. Il mondo, e di conseguenza anche l’Italia e l’Europa, cambiavano molto in fretta. In Italia il partito egemone non era più la DC, ma il PSI. Sia a Palazzo Chigi che al Quirinale sedevano due socialisti. A Washington, Reagan iniziava il suo secondo mandato. La sua strategia era molto diversa da quella dei predecessori sia democratici che repubblicani: la guerra fredda era una guerra e andava vinta.

A Mosca le cose cambiavano ancor più radicalmente. Dopo anni di declino, stagnazione e gerontocrazia, proprio durante il semestre italiano, salì al potere una persona completamente diversa: Mikhail Gorbačëv, un riformatore relativamente giovane. Con un’economia a pezzi, capì che la corsa agli armamenti non era più sostenibile. Anche la politica estera URSS mutò drasticamente. Dopo forti ingerenze verso i satelliti dell’Europa Centro-Orientale, la nuova dirigenza adottò la “Dottrina Sinatra”, che concedeva loro più autonomia.

Fino ad allora il Cremlino aveva considerato la CEE la base economica dell’imperialismo NATO in Europa. Nonostante la retorica, a partire dalla fine degli anni ’60, l’arretratezza tecnologica dei Paesi comunisti rendeva necessario importare prodotti tecnologici dall’Occidente. L’interdipendenza che si venne a creare rendeva necessario un riconoscimento reciproco tra CEE e Comecon. Nel 1975 iniziarono i negoziati tra le due entità, ma gli eventi del 1979, in particolare l’invasione sovietica dell’Afghanistan, bloccarono questo processo.

Il dialogo riprese nel maggio 1985, proprio in occasione della visita di Bettino Craxi a Mosca, durante la quale Gorbačëv riconobbe la CEE come entità politica a sé stante e auspicò che presto si instaurassero relazioni diplomatiche tra “le due Europe”. Iniziarono complessi negoziati, che portarono alla Dichiarazione di mutuo riconoscimento del 1988. Sulla base di essa, nello stesso anno vennero firmati i cosiddetti accordi di prima generazione tra CEE e Paesi membri del Comecon. Iniziava così la Ostpolitik della CEE, un processo lungo e ancora incompiuto.

Nel corso del semestre, però, non mancò un episodio in controtendenza: la Groenlandia uscì dalla CEE, diventando territorio associato. È l’unico caso di un’entità uscita dalla CEE non a seguito di una modifica del proprio status. Un episodio che non può essere usato come precedente da un Paese membro: la Groenlandia infatti è un territorio ultraperiferico, una situazione sui generis attualmente regolamentata dall’articolo 335 del TFUE.

Oggi il mondo è molto diverso. La Russia di Putin ha preso le distanze nella maniera più assoluta da Gorbačëv. La dottrina Putin ricorda molto la dottrina Brežnev, almeno nel mancato rispetto della sovranità delle repubbliche ex sovietiche. È più Obama a ricordare Gorbačëv: un presidente giovane che si rende conto che la situazione interna del proprio Paese non permette di continuare la politica egemonica dei predecessori.

Il processo iniziato con il mutuo riconoscimento tra CEE e Comecon non si è ancora arrestato. Dopo i già citati accordi di prima generazione sono arrivati quelli di seconda generazione, gli Europe Agreement, che prepararono i Paesi firmatari all’adesione. Dopo l’ingresso dei Paesi dell’Europa Centro-Orientale è entrata la Croazia e gli altri Paesi balcanici hanno lo status di candidato o candidato potenziale. Malgrado un Parlamento Europeo pieno di esponenti che vorrebbero seguire l’esempio della Groenlandia, sia l’UE che l’Eurozona continuano ad accogliere nuovi membri anche dopo la crisi finanziaria. Il Partenariato Orientale è invece una strategia più timida verso sei delle repubbliche ex sovietiche.

I rapporti con Mosca invece si muovono in direzione opposta. Putin dimostra di non voler imparare dagli errori dei suoi predecessori. Le mancate riforme di Brežnev portarono al crollo del sistema. Per tenersi stretti i Paesi satelliti usò il bastone, non la carota, ma appena essi ebbero la possibilità si sottrassero dall’influenza russa. Putin vuol far credere ai suoi elettori di essere cittadini di una superpotenza che può invadere altri Paesi e che non ha bisogno di alleati occidentali. Un atteggiamento gli ha portato alti consensi nel breve termine, ma che non lascia presagire nulla di buono per il futuro.

L' Autore - Giuseppe F. Passanante

Ho studiato lingue alla Ca' Foscari (triennale) e relazioni internazionali a Torino (magistrale), per poi ottenere un master alla sede di Varsavia del Collège d'Europe dove ho approfondito temi come la Politica Europea di Vicinato, le relazioni UE-Russia e le politiche di allargamento. Attualmente vivo in Polonia, a Breslavia, e lavoro in una multinazionale. Le aree geografiche di mio interesse sono l'Europa Centrale, i Balcani, la Turchia e lo spazio post-sovietico.

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