sabato , 17 febbraio 2018
18comix
@ European Commission - 1989

Semestri di storia: 1990, Andreotti e i passi decisivi verso l’euro

Il Giulio Andreotti che il 1 luglio 1991 riceveva dall’irlandese Charles Haughey il testimone della presidenza del Consiglio europeo, la nona nella storia italiana, era ormai da quattro mesi titolare del suo settimo mandato di governo, l’ultimo incarico in un esecutivo per il “Divo” della politica italiana. L’Andreotti VII nasceva insidiato dalle pressioni – più notoriamente, picconate – del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga per riforme istituzionali in senso presidenziale, vittima inevitabile del progressivo sgretolamento dell’equilibrio pentapartitico, accelerato dal mancato giuramento dei ministri del partito repubblicano poco dopo la nomina, nonché della stessa Democrazia Cristiana, divorata da dissidi interni esplosi l’anno precedente con le dimissioni dal governo dei cinque ministri appartenenti alla sinistra del partito a seguito dell’approvazione della legge Mammì, che di fatto legalizzava il monopolio Fininvest sulle emittenze televisive private.

Bloccato sul piano politico e istituzionale interno, l’ultimo Andreotti di governo sembrò giocare le sue carte migliori sul fronte europeo. Nel 1985, da ministro degli Esteri del Governo Craxi I, il recordman di presenze negli esecutivi italiani aveva già avuto modo di giocare un ruolo decisivo nel processo che avrebbe portato alla firma dell’Atto Unico Europeo avvenuta un anno più tardi. Artefice già nel mese di marzo dell’accordo sulla pesca che dischiuse definitivamente le porte della CEE a Spagna e Portogallo, in giugno, alla vigilia del Consiglio Europeo di Milano, la sua vigorosa opposizione al riduzionismo britannico contribuì ad isolare la Thatcher mentre si andava consolidando una maggioranza sulla proposta di Elmut Kohl di convocazione di una nuova Conferenza Intergovernativa per la riforma dei Trattati, portata da Craxi al voto già nel corso del summit milanese.

In altri quattro anni alla Farnesina avrebbe poi vissuto i momenti più critici della distensione tra Est e Ovest, come lo scandalo Gladio e l’installazione degli euromissili in Italia, o delle questioni mediorientali, su tutte il sequestro dell’Achille Lauro. Ma è al suo ritorno a Palazzo Chigi che Andreotti lascia un segno indelebile nella storia dell’integrazione europea: l’ultimo atto della Presidenza irlandese, il Consiglio del giugno 1990, aveva impegnato i leader europei a convocare entro fine anno due nuove conferenze per discutere della creazione dell’unione monetaria e di quella politica. Colte le difficoltà nel dare contorni definiti a quest’ultima, Andreotti impiegò il semestre di presidenza per procedere a passi decisi verso l’unione monetaria, per il più totale disappunto di Margaret Thatcher, ormai in conflitto diretto con il Divo Giulio, tanto da attribuirgli la responsabilità di un attacco premeditato nei suoi confronti.

Riuniti a Roma sul finire di ottobre, i capi di Stato e governo della CEE approvarono il rapporto sull’UEM redatto da Guido Carli, mitico presidente della Banca d’Italia e allora ministro del Tesoro, di cui è opportuno citare un passaggio che sarebbe dovuto da tempo circolare a mo’ di promemoria sui tavoli di Bruxelles, Francoforte e Berlino: “il fine ultimo dell’economia dell’unione economica e monetaria è una moneta unica, una politica monetaria basata sulla stabilità dei prezzi e condotta da una sola autorità. […] L’obiettivo di questa politica sarà la stabilità dei prezzi [ma] tale obiettivo non escluderà il sostegno alla politica per la crescita del reddito e dell’occupazione, subordinatamente alla condizione che in caso di conflitto prevalga la stabilità dei prezzi”.

L’euro prendeva forma: lo stesso rapporto citava l’aperto dissenso della Gran Bretagna, unica a votare contro nel corso del summit, ma la Thatcher – ormai vittima illustre del cinismo andreottiano – era ormai troppo isolata per poter costruire un’alternativa e di lì a poco avrebbe lasciato a John Major l’onere di partecipare ai negoziati delle due conferenze intergovernative, che si sarebbero aperte in occasione del Consiglio europeo straordinario tenutosi a Roma tra il 14 e il 15 dicembre. I lavori preparatori sono uno degli ultimi capolavori di architettura politica di Andreotti, forte di altissimo credito nei suoi omologhi del Partito Popolare Europeo – su tutti Elmut Kohl – e consentono di convocare le due CIG con un mandato piuttosto dettagliato, almeno per ciò che riguardava l’unione monetaria: la strada per Maastricht era ormai tracciata.

L' Autore - Antonio Scarazzini

Direttore - Analista nella società di Public Affairs Cattaneo Zanetto & Co., ho frequentato un Master in European Political and Administrative Studies al Collège d'Europe di Bruges dopo la laurea a Torino in Studi Europei Dopo uno stage presso Camera di Commercio di Torino e una collaborazione di ricerca con la Fondazione Rosselli, ho collaborato dal 2014 con la Compagnia di San Paolo per lo sviluppo del programma International Affairs. Dirigo con orgoglio la redazione di Europae sin dalla sua nascita.

Check Also

Semestri di storia: Berlusconi e la Costituzione Europea

“Signor Schulz, la proporrò per il ruolo di Kapò”. Con questa frase divenuta tristemente celebre, …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *