martedì , 14 agosto 2018
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Photo © Andres Ubierna, 2010, www.flickr.com

Semestri di storia: Berlusconi e la Costituzione Europea

“Signor Schulz, la proporrò per il ruolo di Kapò”. Con questa frase divenuta tristemente celebre, l’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi dava inizio, davanti al PE, al semestre di Presidenza italiana dell’Unione europea, il 2 luglio 2003. In risposta a Martin Schulz che lo aveva attaccato in merito all’immunità ottenuta, il premier italiano lasciò a bocca aperta l’emiciclo europeo. Il semestre non iniziava sotto una buona stella. La stampa estera non vedeva di buon occhio il premier e le pagine dei maggiori quotidiani europei pullulavano di articoli contro Berlusconi e il suo governo, accusato di essere americanofilo, ultraliberale, euroscettico. Il successo del semestre sembrava compromesso dalla figura del premier e dalle sue azioni.

Le sfida più grande che attendeva la Presidenza italiana era la conduzione dei negoziati legati al Progetto di Costituzione per l’Europa. La Convenzione, formata da centocinque membri e incaricata dal Consiglio di Laeken del 2001 di stendere una bozza di Trattato costituzionale, sotto la guida di Valéry Giscard D’Estaing, aveva completato i suoi lavori e la palla, doveva passare alla Conferenza Intergovernativa (CIG) che, a partire dal testo base, avrebbe dovuto giungere a un’intesa sul testo da sottoporre poi alla ratifica dei Paesi membri. Il 18 luglio 2003, Giscard D’Estaing consegnò nelle mani di Berlusconi il testo, esortandolo a condurre la CIG ad un livello politico alto, in modo da concludere i negoziati entro dicembre: dopo il Trattato di Roma, sarebbe nata la “Costituzione di Roma”.

Il Progetto elaborato prevedeva diversi progressi: unificazione in un solo trattato istitutivo dei precedenti testi sulla Comunità europea e sull’Unione; soppressione della struttura a tre pilastri di Maastricht; incorporazione nella Costituzione della Carta dei diritti fondamentali; rafforzamento del principio di sussidiarietà; semplificazione delle procedure decisionali. Se tante erano le conquiste, non meno erano i passaggi del Progetto che facevano discutere, suscitando l’opposizione di alcuni Stati membri. In particolare Spagna e Polonia temevano di perdere l’influenza garantita loro dal Trattato di Nizza.

I punti di possibile contrasto erano diversi: mancato riferimento esplicito alle radici cristiane dell’Europa; presidenza del Consiglio Europeo che da turnante diventava fissa; estensione dell’utilizzo della maggioranza qualificata in sede di Consiglio dell’Unione e introduzione del criterio della doppia maggioranza; nascita del Ministro degli Affari esteri; nuova composizione della Commissione con abbandono del criterio “un commissario per ogni Stato”. L’Italia programmò sette sessioni di lavoro della CIG e decise di non trascurare gli incontri bilaterali con le delegazioni nazionali dei Paesi UE. Il negoziato accese però antiche rivendicazioni: nel passaggio dalla Convenzione al metodo intergovernativo, ogni Stato si sentì legittimato a tirare acqua al proprio mulino e i punti d’incontro raggiunti nei mesi precedenti diventarono presto un ricordo.

Il sistema di voto della doppia maggioranza in Consiglio e la composizione della nuova Commissione erano i punti più controversi. La Presidenza italiana presentò una prima proposta al “conclave” di Napoli del 28-29 novembre. Il clima dell’incontro fu altamente compromesso dalla sospensione, per opera dell’Ecofin, della procedura di infrazione per deficit eccessivo avviata dalla Commissione contro Francia e Germania: i due Paesi, nonostante avessero superato il tetto del 3%, non incorsero nelle sanzioni previste, provocando l’ira dei partner europei. La distanza tra Europa continentale e mediterranea, non consentì all’Unione il passo in avanti sognato. L’incontro fu fallimentare.

Al Consiglio europeo del 12-13 dicembre 2003, la Presidenza italiana tentò di arrivare in extremis a un compromesso. Attraverso incontri bilaterali, detti anche “confessionali”, si cercò di trovare un punto d’incontro su quello che sembrava essere il vero nocciolo della questione: il sistema di voto in seno al Consiglio. Nelle sue conclusioni però la Presidenza dovette arrendersi: “Il Consiglio europeo ha preso atto dell’impossibilità di raggiungere, nella fase attuale, un accordo globale sul progetto di trattato costituzionale”. La Presidenza italiana non era stata in grado di raggiungere il suo più grande obiettivo. Oggi, come allora, la Presidenza attuale deve guidare l’Unione fuori da una crisi economica, sociale e di fiducia nelle istituzioni. Se ogni Paese continuerà a guardare solo ai propri interessi, il risultato non potrà essere diverso.

L' Autore - Francesca De Santis

Laureata in Studi Europei presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Roma Tre, ho vissuto per sei mesi a Bruxelles nel quadro del progetto Erasmus. Questa esperienza è stata molto significativa ed ha alimentato ancora di più la mia passione per le questioni europee. Il mio percorso professionale si snoda nel campo della comunicazione: ho fatto diversi stage in Uffici Stampa, in particolare in quello della Rappresentanza in Italia della Commissione europea. Mi piace pensare all’Europa come opportunità per costruire una società più giusta per tutti. Sono molto felice di essere parte di questo meraviglioso progetto chiamato Europae.

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