sabato , 17 febbraio 2018
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Semestri di storia: Segni e la 1^ Presidenza italiana

«Ma noi dobbiamo riconoscere che la divisione in vari Stati dell’Europa è il fattore decisivo del suo declino economico e, quindi, del declino politico della sua civiltà». Pochi, nel 2014, hanno il coraggio di fare affermazioni tanto potenti. Il virgolettato però è un estratto del discorso tenuto il 31 marzo 1957, a conclusione della cerimonia per la firma del Trattato di Roma, da Antonio Segni, al primo mandato da Presidente del Consiglio dei Ministri italiano. Un discorso lungo, tecnico, a tratti didattico nello spiegare alcuni articoli importanti del Trattato appena concluso («…è bene che due o tre articoli siano conosciuti e diffusi»). Un discorso dai tratti fortemente europeisti, che riescono a fare passare in secondo piano l’enfasi posta sulla «civiltà cattolica» e sulla minaccia sovietica (che, va detto, in quegli anni era tutto fuorché paranoica).

Antonio Segni, quarto Presidente della Repubblica, due volte Primo Ministro, infiniti incarichi di governo (all’agricoltura, agli esteri, all’istruzione), è stato anche il primo italiano a guidare il Consiglio dell’Unione Europea dal luglio al dicembre 1959, esattamente 55 anni fa. Il Consiglio si chiamava ancora “Consiglio della Comunità Economica Europea”, era stato inaugurato nel gennaio dell’anno precedente e la Presidenza di turno era decisa dall’ordine alfabetico delle sei nazioni partecipanti: il primo era stato il Belgio, poi la Germania (l’elenco era stilato con le denominazioni ufficiali nelle differenti lingue), poi la Francia e quindi l’Italia.

Un’Italia che si presenta nel pieno del vigore, con un tasso di crescita tra i più alti di quelli europei, nel bel mezzo del “miracolo economico” che le permetterà di uscire dalla distruzione del secondo conflitto mondiale. Il predominio politico della Democrazia Cristiana è già un dato di fatto, e Segni ne è uno dei fondatori, oltre a trovarsi nella corrente giusta, quella di Amiltore Fanfani, quella che guardava a sinistra (tenendo ancora lontani i socialisti, cercando i socialdemocratici). Certo è un azzardo dire che Segni fosse di sinistra, ma c’era chi lo apostrofava come “bolscevico bianco”, per quella riforma agraria rivoluzionaria che tentò di emanare da Ministro dell’Agricoltura, una riforma che aggrediva il latifondo, soprattutto quello assenteista, per redistribuire le terre ai contadini, creando quell’ibrido contadino-proprietario che ancora l’Italia non conosceva. Una riforma da cui lui, a sua volta proprietario terriero, non avrebbe certo profittato. Certo non era di sinistra nel suo secondo governo, monocolore DC retto dall’astensione del Partito Repubblicano e del Movimento Sociale Italiano. Ma l’europeismo, in quegli anni di grande entusiasmo, non badava tanto ai colori politici.

Quasi tutti i governi dei sei Paesi erano comuni nel vedere l’integrazione economica europea come un primo passo verso un’unità politica. E era perfettamente d’accordo Segni, che si muoveva nel solco tracciato da De Gasperi qualche anno prima. Ma quando il generale De Gaulle gli confessò che il momento era buono per rilanciare, per creare un’unione politica dell’Europa, Segni non volle appoggiare l’idea. Forse non voleva mettere il carro davanti ai buoi, e forse temeva le idee che nascevano troppo autonomamente dalla Francia. D’altronde, era stata proprio la stessa Francia ad affossare, qualche anno prima, il progetto che dalla Comunità di Difesa Europea avrebbe portato alla Comunità Politica Europea. Segni pensava che un’integrazione economica avrebbe per forza dato vita ad un’unità politica, e che tutto passasse necessariamente attraverso i Trattati.

«Ma i Trattati sono una cosa ben più vasta e ben più importante. Come vedremo, essi portano ad una fusione delle economie che va al di là del semplice campo economico; portano ad una nuova entità sopranazionale per cui, trascorso il periodo preparatorio di dodici-quindici anni, ciascun cittadino dei sei Paesi dell’Europa Occidentale si sentirà a suo agio in qualsiasi altro Paese, avrà piena libertà di intrapresa e di movimento, potrà trovare lavoro in qualunque Paese, e sorgeranno così — senza che forse ce ne accorgeremo — attraverso la comunità economica europea, anche la comunità sociale e il sentimento dell’unità sociale e dell’unità della civiltà, i quali poi daranno luogo naturalmente alla formazione di una entità politica».

In foto, a destra, Antonio Segni a Roma nel 1957 (Foto: Wikimedia Commons)

L' Autore - Daniele Marchi

Studente presso l'Università di Torino, laureato a Trento in Studi Internazionali con una tesi su Alexander Langer ed il suo progetto per un corpo civile di pace europeo. Sono volontario di Operazione Colomba, corpo nonviolento di pace, con cui ho partecipato al progetto in Colombia, presso la Comunità di Pace di San Josè de Apartadò. Mi occupo di risoluzione pacifica dei conflitti, confidando che un giorno l'Unione Europea diventi potenza di pace.

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