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La sede dell'Imperial College di Londra © Ashley Coates

Brexit, l’incerto futuro della ricerca britannica

Dopo 6 anni, il 29 marzo 2019, il network per la formazione dottorale CRITICS ITN ha terminato il proprio ciclo di ricerca. Il progetto aveva come sede centrale l’Imperial College di Londra ed era sovvenzionato dal finanziamento “Marie Skłodowska-Curie” dell’Unione Europea, facente parte dello schema Horizon 2020 per l’istruzione e la ricerca. Lo scopo di CRITICS era concentrarsi sullo studio dei sistemi complessi (clima, finanza, ecologia), coinvolgendo otto istituzioni europee e 16 studenti di dottorato, oltre che ricercatori e professori. Andava, così, a creare una collaborazione interdisciplinare tra matematici, fisici ed esperti di altre discipline, sviluppando nuovi metodi per lo studio di fenomeni storicamente difficili da studiare e dai comportamenti imprevedibili.

Il network ha terminato in maniera naturale il proprio ciclo, avendo raggiunto la scadenza prevista; tuttavia, la possibilità di attivare un altro progetto simile, orbitante attorno alle Università inglesi, non è scontata.

Il contraccolpo Brexit sulle università inglesi

È dal referendum del 2016 che le università britanniche lanciano il seguente allarme: la Brexit mette a repentaglio il sistema della higher education e della ricerca, un sistema che accoglie mediamente 135mila studenti europei (circa il 30%) e produce più del 15% delle pubblicazioni scientifiche globali. L’indotto derivante, secondo quanto stimato da Uk Universities, è di circa 95 miliardi di euro, mentre le numerose collaborazioni internazionali, compreso CRITICS, hanno mantenuto un prestigio accademico tra i più alti al mondo, che sovente si riflette sull’intera Gran Bretagna come culla della scienza e dell’innovazione. Dopo il referendum, tuttavia, le preoccupazioni dei rettori, dei professori e dello staff accademico sono cresciute notevolmente, tanto da diventare materia di discussione praticamente giornaliera tra i corridoi dei campus.

I punti chiave sono essenzialmente due: i fondi e la mobilità. La mancanza di accesso ai programmi di finanziamento europei (la nuova versione del già citato Horizon 2020, ad esempio) priverebbe la ricerca britannica degli strumenti per rimanere competitiva nel lungo periodo: un valore di quasi 7 miliardi di euro (attuali fondi dedicati al Regno Unito, così stimati dalla House of Lords) difficilmente verrebbe coperto da accordi con privati e dalla Banca Europea per gli Investimenti. Stesso discorso dicasi per la perdita di accesso ai bandi per singoli progetti.

Per quanto riguarda la mobilità, invece, i fattori a rischio sono diversi. Innanzitutto, il rafforzamento delle frontiere e degli accessi farebbe venire meno la fluidità di movimento dei “cervelli”. Questa garantisce da anni gli scambi di universitari (con il programma Erasmus+ su tutti) e di ricercatori. Gli scienziati di tutto il continente possono infatti collaborare con i colleghi senza la preoccupazione di visti o di lungaggini burocratiche, senza contare la facilità nello scambio di protocolli e materiali grazie a standard di qualità condivisi. D’altra parte, l’incertezza diffusa sul futuro delle Università sta già dirottando personale e studenti verso altre istituzioni continentali, soprattutto Irlanda, Germania e Olanda. Di conseguenza, il prestigio accademico britannico rischierebbe di diminuire sensibilmente, risultando in un circolo vizioso.

Le toppe

Per far fronte ai peggiori scenari, le università britanniche si sono subito adoperate per pianificare una linea “morbida” (mantenimento delle tasse universitarie equiparate tra studenti domestici e UE, accordi bilaterali con accademie europee per scambi culturali e collaborazioni scientifiche, ipotesi per l’ampliamento di Erasmus+). Tuttavia, i piani proposti hanno un orizzonte abbastanza limitato (ci si concentra solamente sui prossimi due anni) e verrebbero meno in caso di hard Brexit. Un’uscita no-deal, ovvero senza paracadute, peggiorerebbe invece l’incertezza sul futuro a medio e lungo termine dell’intero sistema accademico.

Internazionalizzazione

Come numerose altre attività, l’istruzione universitaria e la ricerca sono massicciamente internazionali. La maggior parte delle attività e delle scoperte, infatti, derivano da collaborazioni diffuse e dalla possibilità di confrontarsi fluidamente con colleghi di tutto il mondo. Inasprire le frontiere e perdere gli accordi di mobilità non solo penalizza chi si isola, ma genera ricadute non prevedibili anche su tutti gli altri partner. Nonostante le Università britanniche si stiano adoperando per mantenere aperti i canali di collaborazione internazionale come futuri network CRITICS, il clima attuale di ambiguità rende tutto molto complicato: le conseguenze non possono quindi che essere dure e tutte a danno di qualità di ricerca, attività accademica e introiti ad esse connessi.

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L' Autore - Daniele Proverbio

Intrigato dalla complessità del mondo, mi piace affrontarla con un approccio scientifico. Sono attualmente studente della laurea magistrale in Fisica dei Sistemi Complessi e allievo della Scuola di Studi Superiori di Torino. Nel tempo libero faccio sport, suono la chitarra e organizzo cose.

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